Foto © Ottavia Da Re Marlene Kuntz: la voce distorta del cinema muto

Abbiamo incontrato Cristiano Godano, voce e anima del Marlene Kuntz, a poche ore dal concerto che ha trasformato le rive del Piave, in cui si è svolta la manifestazione "Rock and Doc", in una suggestiva e attonita arena di note stridenti e acute vibrazioni. Troppo facile parlare di musica, troppo difficile farlo senza raccontare le infinite ma misurate contaminazioni che nel corso degli anni hanno portato i Marlene Kuntz ad azzardare senza pudori, nuove forme di espressione e di crescita della propria musica.
Così fra sonorizzazioni sperimentali, letteratura, immagini in bianco e nero, e singoli poco commerciali ci siamo trovati a parlare di cinema e di come l'improvvisazione di un estremo rock contemporaneo può riempire di emozioni i silenzi di un film muto senza tempo, diventando una musica spiazzante, capace di portare a galla un "porto sepolto" di emozioni ed elettricità. Un gruppo dissonante, spesso "ingombrante", quello dei Marlene Kuntz, capace di fregarsene delle aspettative, per far esplodere la propria musica oltre lo spazio e il tempo in una nota distorta che squarcia il silenzio di un palco, di una pagina, di uno schermo.

Negli ultimi due anni avete musicato alcuni film muti. Com'è nata questa esperienza?
E' nata due anni fa circa, grazie al Festival Internazionale del Corto di Bra ("Corto in Bra") che si svolge in provincia di Cuneo. L'organizzatore del festival è un ragazzo che conosco da sempre, che è stato proprietario di un club mitico dove sono passati tutti i cuneesi rockettari. Lui un giorno ci ha semplicemente chiesto se avessimo gradito musicare dei film muti e noi abbiamo accettato subito perché si trattava di un'esperienza a dir poco stimolante.

In quell'occasione avete musicato "Rapsodia Satanica" (1917) di Nino Oxilia e "L'uomo meccanico" (1921) di Andrè Deed. Di recente è toccato a "La Signorina Else" (1928) di Paul Czinner
La prima volta abbiamo fatto una prova vera e propria perché abbiamo allestito la situazione live un giorno prima della performance nel cinema. Quest'anno, ad aprile, per "La Signorina Else", non abbiamo nemmeno provato...

Come vi siete preparati per "La Signorina Else"?
Abbiamo guardato il film, ognuno per conto proprio. Poi ci siamo confrontati sul tipo di sensazioni che ci dava, individuando due punti importanti del film, uno è il finale tragico e drammatico in cui la protagonista va morire, e un altro momento che se non ricordo male nel racconto da cui è tratto il film non è descritto. Il libro di Arthur Schnitzler è un esperimento letterario, ambientato nella Vienna freudiana, creato in un momento molto particolare, in cui nascevano procedimenti come lo "stream of consciousness" di Joyce. Schnitzler tentò di dare la sensazione al lettore dell'immediatezza di ciò che stava leggendo, facendo coincidere il tempo di lettura con il tempo narrativo. Chi legge il libro ci impiega il tempo esatto che la protagonista impiega per vivere la sua storia e arrivare alla morte, ovvero le ultime tre ore di vita di Else. Il lettore si ritrova catapultato nella sua mente e questo si riflette anche visivamente sul testo. Tutto ciò che è scritto normalmente corrisponde a ciò che pensa, mentre ciò che appare in corsivo corrisponde ai dialoghi con il mondo esterno. Il film aveva un compito difficile, quello di rendere visivamente un monologo interiore, e per fare questo il regista si inventa una parte antecedente, che noi possiamo intuire come lettori, ma che non vediamo, cosa che fa il film. Uno di questi momento è cruciale, perché esprime il dramma del padre di Else che costringe la figlia a vendersi. Questo e il finale sono i soli due momenti che abbiamo concordato in linea teorica. Poi abbiamo fatto totale improvvisazione dal vivo, in tempo reale, con la partecipazione di Gianni Maroccolo e Ivana Gatti, sapendo che gli unici schemi erano "all'inizio succede questo, alla fine succede quest'altro. Noi cresciamo qui".

Partendo da zero. Emozione e avanti, strumenti in mano...
Funziona. E funziona innanzitutto per noi, perché è emozionante non sapere quello che sta per succedere e perché c'è un'interazione tra le immagini, la musica e la gente che vede il film attraverso un grande schermo, mentre noi lo seguiamo con un piccolo monitor.

Sembra una piccola rivoluzione. In realtà è un ritorno alle origini del cinema, quando in assenza di colonna sonora i film muti venivano accompagnati dalle orchestre.
Diciamo che all'epoca non c'erano le chitarre distorte...

Avrà un seguito questa esperienza?
Speriamo di sì. Noi stiamo cercando di portarla in giro, di divulgarla, grazie anche al patrocinio e al supporto del Museo Nazionale del Cinema di Torino. Abbiamo buoni rapporti anche con la Cineteca di Bologna che ha restaurato "La Signorina Else".

Potrebbe arrivare anche a Venezia, magari alla Mostra...
Ce lo auguriamo, sarebbe una bellissima esperienza e un grande traguardo.

Nel corso degli anni avete realizzato molti brani strumentali, spesso improvvisati. Siete il gruppo giusto per portare avanti questo genere di progetti.
La cosa che ci ha sorpreso maggiormente durante le performance torinesi è stato il fatto che il cinquanta per cento del pubblico presente, non era il nostro pubblico. Era un pubblico di cinefili accorso per vedere "La Signorina Else" restaurata. E posso dire di aver toccato con mano una reazione equamente diffusa di alto gradimento.

Queste esperienze influiranno sulla vostra musica e sul prossimo album?
No. Sono due modi che abbiamo di esprimerci distinti tra loro.

Quindi la contaminazione di diversi linguaggi non può portare a nuove forme di espressione?
Penso di sì. Ma il concetto di "contaminazione" mi affascina solo nell'ambito delle potenzialità di un artista. Ogni artista ha una sua indole, un suo percorso. In questo contesto credo sia giusto non fossilizzarsi. Ad esempio i Marlene Kuntz se ne fregano di quanto la gente vorrebbe da loro...Noi non possiamo continuare ad essere dei rockettari "noise" per sempre. Non abbiamo nessun interesse a passare alla storia per questo. Abbiamo bisogno di vivere il nostro presente che si trasforma giorno dopo giorno. Un sacco di cose che ascoltavo una volta adesso non mi piacciono più, altre mi piacciono tuttora. Tutto cambia. Quando però la contaminazione finisce per diventare un modo per appropriarsi di linguaggi che non sono esattamente i tuoi, mi mette in difficoltà. Per me non dev'essere un concetto tout court...

Finora avete musicato pellicole del passato. Ma avete anche dato alcuni pezzi a film come "Babylon" (1994) di Guido Chiesa e "Tutti giù per terra" di Davide Ferrario (1997). Avete mai pensato di dedicarvi maggiormente al cinema contemporaneo?
In realtà finora ci hanno chiesto solo le nostre canzoni e noi le abbiamo concesse volentieri. Sarebbe bello che ci chiedessero una colonna sonora "ad hoc", o che qualcuno facesse diventare cruciale e importanti le nostre musiche, anche quelle del nuovo album, per un progetto cinematografico di rilievo. Un film di successo ti può cambiar la vita e, oltre ad essere un progetto creativo, è anche un buon veicolo promozionale per la nostra musica, più di tante altre cose che non sono alla nostra portata. Il cosiddetto "singolo commerciale", ad esempio, noi non siamo capaci di farlo... I nostro fans dicono "meno male" ma in realtà non esiste un gruppo che non vorrebbe un buon singolo, a certe condizioni. Noi sappiamo di avere delle canzoni che potrebbero essere dei potenziali "singoli", ma sono pezzi che non vengono presi in considerazione dalle radio, ormai responsabili di un appiattimento e di un'uniformità musicale clamorosa. Noi siamo "ingombranti" per la radio, anche quando non facciamo un pezzo distorto. Diventa ingombrante lo stesso approccio poetico ai testi, la mia impossibilità di essere semplice, a livello programmatico, magari facendo il ritornello sempre nello stesso modo. Perché i Marlene Kuntz si complicano molto la vita. Ma questa è un'attitudine artistica reale che va in contrasto con le esigenze commerciali.

Eppure c'è stata una lunga maturazione del gruppo nell'arco di 13 anni
Sì, ma i dj non se ne accorgono...

Dal primo album "Catartica" del 1994 ad oggi sono cambiate tante cose...
Non riusciamo a suonare in sala prove come all'epoca del primo album. Un certo modo roboante, "ruggente" di massacrarsi le orecchie in sala prove, è roba da ventenni, da venticinquenni. Quando vai in sala prove a quarant'anni hai voglia di suonare in un altro modo. Hai voglia di altre atmosfere, che sono quelle che poi ascolto a casa mia.

C'è un regista con cui avete un certo feeling o un rapporto di collaborazione?
In questo momento siamo in contatto con Paolo Sorrentino e speriamo che lui realizzi il nostro prossimo video... Ha apprezzato molto alcune cose nuove che gli abbiamo fatto sentire, quindi c'è grande voglia di lavorare assieme. Se non succederà sarà solo perché gli impegni e le scadenze non ce lo consentiranno. Lui sta ancora lavorando a suo ultimo film sulla vita di GiulioAndreotti ("Il Divo" ndr) ma speriamo di riuscire comunque a realizzare questo progetto.

Di recente vi è capitato di musicare anche un corto d'ispirazione goldoniana che è stato presentato in anteprima a Venezia lo scorso 24 luglio nell'ambito del 39. Festival Internazionale del Teatro...
Abbiamo contribuito alle musiche di un corto di Lucrezia Le Moli "Gl'innamorati", tratto dalla commedia omonima di Goldoni, che fa parte del film a episodi "La maschera d'acqua" a cura di Franco Scaglia. E' un progetto in digitale prodotto da Rai Cinema che propone le storie e i personaggi goldoniani più popolari in chiave moderna.

In questi mesi avete inserito nel vostro sito "E lui cantava" una canzone che avete scritto per Peppino Impastato, a cui Marco Tullio Giordana ha dedicato "I cento passi" un film straordinario. Com'è nata l'idea?
Qualche anno fa siamo stati cercati dal "Manifesto" che stava progettando di realizzare una compilation dedicata a Peppino Impastato. Ci hanno chiesto di scrivere una canzone musicando un suo testo poetico e noi abbiamo accettato di farlo con grande partecipazione. Poi questo progetto è naufragato, e il pezzo non è mai uscito, così noi abbiamo deciso di farlo uscire in occasione del ventinovesimo anniversario del suo assassinio, mettendolo in rete. Abbiamo apprezzato molto il film, ma credo che sia da ammirare soprattutto la figura di questo personaggio, il suo coraggio e, in particolare, questo tipo di coraggio, che ci commuove e ci dà un brivido interiore.

Musica, cinema e...
E' dagli anni '80 che musica e immagini continuano a mescolarsi. Commistione interessante ma, devo essere sincero, mi interessa soprattutto la mescolanza tra musica e parole. E i Marlene lavorano molto in maniera quasi del tutto istintiva ed intuitiva per ottenere una pasta "eufonica". Mi piace il buon cinema indubbiamente, ma faccio fatica a seguire il cinema moderno. Non credo di potermi definire un cinefilo e ho delle grandi difficoltà quando vado al cinema, perché sono una persona irrequieta e, anche quando sto vedendo un film che mi piace, mi stanca. Il cinema mi attrae moltissimo ma riesco a vederlo solo quando sono veramente in forma.

Dalla pratica alla grammatica...L'anno prossimo salirai in cattedra alla Cattolica di Milano per un "Master in Comunicazione Musicale". Cosa significa per te l'insegnamento? E' possibile comunicare la musica?
E' già il secondo master che seguo. La prima volta che ho accettato di fare un'esperienza simile, quando ho scoperto che si chiamava "laboratorio" mi sono spaventato, perché non mi rendevo conto di cosa significasse pianificare una due giorni di studio di fronte a delle persone che si aspettavano di ascoltare determinate cose. Ma oggi per me, oltre ad essere un'occasione di lavoro (e il lavoro nobilita...) è innanzitutto un'opportunità per mantenere il cervello attivo, perché mi impone di essere una persona che non vende fumo, che si esprime e deve farlo in un certo modo, interessante e attraente. Mi sono reso conto che mi aiuta nella comunicazione, un nodo cruciale della nostra esistenza, oggi. E' importante saper parlare ad un pubblico. Io non so parlare al mio pubblico quando suono e continuo a non saperlo fare...

Ma dici spesso "mille grazie"...
...Però mi sforzo di avere il dono dell'affabulazione davanti ad un uditorio che viene ad ascoltarmi. Per me è una piacevolissima sorpresa e ho capito che è importante farlo perché mi rende anche più aperto al mondo, più disponibile non solo a dire cose ma anche ad ascoltarle. Un cortocircuito di scambi di opinioni che mi gratifica molto.

Ti capita mai di essere deluso dal pubblico?
Sì, e questo mi ferisce. Non hai idea dell'amore che i Marlene dedicano ai loro album. Non c'è una canzone che si può considerare "riempitiva". Ogni pezzo è un figlio che amiamo come tutti gli altri. Per questo non capisco certe accuse.

Com'è il rapporto con la carta stampata?
Ci ha sempre rispettati. Non ha mai travisato le nostre intenzioni. Internet sì. E' un mondo nuovo dove ci sono un sacco di protagonismo e una strana vanità. I ragazzi si nascondono spesso dietro dei "nick" e la loro firma rimane qualcosa di poco concreto, e molto virtuale. Si esce più impuniti da internet. Il giornale invece è ancora configurato in un ambito di deontologia. Spesso vai in internet per ritagliarti la tua fetta di piccola gloria. Quello che non mi piace della rete è l'assenza di sensibilità. E da questo prendo un po' le distanze...

Chiude deciso in un lampo, come le canzoni dei suoi Marlene, che se ne vanno nel backstage silenziosi e tesi, contenendo, in una sconcertante pacatezza, l'elettricità che si scatenerà di lì a poco, sul palco, tra qualche "mille grazie" e mille scosse febbrili e distorte.

Ottavia Da Re

Foto © Ottavia Da Re.
Un ringraziamento particolare a Lodovico Segato, per il supporto tecnico, l'amicizia e la sconfinata passione per i Marlene Kuntz che ci hanno permesso di realizzare questa intervista

Intervista a cura di: Ottavia Da Re


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