Lo stagista inaspettato
 

The Exorcism of Emily Rose

Una ragazza di 19 anni ritenuta dalla medicina tradizionale psicotica ed affetta da una grave forma di epilessia, viene rinvenuta morta in casa propria, in seguito ad una pratica di esorcismo alla quale si era sottoposta con il consenso della propria famiglia, su consiglio e ad opera del prete della loro parrocchia: mancò evidentemente di sortire gli effetti sperati.
Con un incipit decisamente spiazzante e più che provocatorio Scott Derrickson presenta, fuori concorso, alla sessantaduesima mostra internazionale d’arte cinematografica, The Exorcism of Emily Rose, tra pochi giorni presente anche nelle nostre sale. Derrickson sceglie dunque di trattare un tema controverso, delicato e “nebuloso” come quello della possessione demoniaca, portando sullo schermo una storia realmente accaduta.
La protagonista è per l’appunto Emily Rose: ragazza poco più che adolescente che decide di lasciare il protetto ambiente famigliare, in una campagna isolata, e trasferirsi a vivere nella grande città con la prospettiva di poter seguire i tanto ambiti studi universitari. Cosa che le diverrà ben presto impossibile data la terribile malattia che la rende soggetta a tremendi attacchi d’ira e convulsioni spasmodiche, allucinazioni visive ed uditive, debilitando il suo corpo a tal punto da renderle impossibile persino mangiare e dormire. Visto che le cure mediche prescritte da due differenti specialisti non sortiscono il benché minimo effetto sperato, Emily decide di lasciare definitivamente l’Università e rientrare a casa - seguita questa volta dal giovane fidanzato da poco conosciuto, ma che con coraggio non l’abbandona più un solo istante - affidando la propria vita, con devozione e la massima fiducia, alle mani di Padre Moore con i risultati che purtroppo però già conosciamo.
Emily Rose è interpretata da un’intensa e convincente, quanto atletica, Jennifer Carpenter: che ha reso possibile la scelta di rinunciare agli effetti speciali in più di un passaggio del film, grazie all’incredibile immedesimazione nel personaggio.
Paul Boardman e Scott Derrickson (che assieme al collega è anche sceneggiatore della pellicola) decidono di far procedere il film attraverso molteplici livelli di narrazione, non soltanto temporali, ma anche tramite i differenti punti di vista personali dei protagonisti.
Appena dopo il suo arresto ed incarcerazione, conosciamo Padre Moore (Tom Wilkinson, Se mi lasci ti cancello e Stage Beauty) la cui difesa legale viene affidata all’avvocato Erin Bruner (Laura Linney, Kinsey e Mystic river). L’avvocato è riluttante ad accettare l’incarico, se non fosse per la prospettiva di vedere il proprio nome tra quello dei soci sulla targa dello studio; poiché decisamente scettica non solo della possibile innocenza del suo assistito, ma, cosa ancora più importante per lei, della riuscita dell’intera causa dati i presupposti del caso.
Grazie all’uso che Derrickson fa del flashback, Emily rivive per noi tutti quegli accadimenti che l’hanno fatalmente portata alla sua tragica fine; attraverso naturalmente il racconto che Padre Moore ne farà ad Erin Bruner durante i loro incontri in carcere o i dibattimenti in aula.
Stupita ed inizialmente seccata dalla reticenza di Padre Moore nel collaborare alla propria difesa, Erin scoprirà soltanto alla fine – assieme al pubblico – quali siano state semmai le motivazioni reali alla base di un simile comportamento; nell’ostinarsi ciecamente ad anteporre la possibilità di dimostrare la propria innocenza, a quella di farsi invece portavoce in prima persona dell’esperienza di Emily.
Erin si troverà così suo malgrado costretta a mutare radicalmente le proprie convinzioni nel comprendere che esistono cose, al di là della propria ambizione personale, per le quali alcuni di noi sono in grado di saper lottare e sacrificarsi, trovando in sé una tenacia sorprendente in momenti inaspettati. Agiscono forze – come le suggerirà ad un certo punto Padre Moore, mettendola in guardia su certi fenomeni apparentemente inspiegabili – che non si limitano a muovere il nostro piccolo mondo; ma che lo scuotono, lo sovvertono, incrinando anche le nostre più profonde convinzioni e mutando per sempre il confine che separa bene e male, vero e falso. Concetti profondi quanto complessi che sono sì alla base della vita di tutti noi, ma che il più delle volte preferiamo non soffermarci ad analizzare. Attraverso personaggi e situazioni dunque, Derrickson esemplifica con una trama da legal thriller, tematiche come la fede – non soltanto quella cattolica o comunque religiosa – ma più semplicemente la cieca convinzione di poter credere nella possibilità di controllare ogni singolo aspetto della nostra esistenza; nel raziocinio che è in grado di spiegarci tutto e nell’elidere completamente e semplicisticamente tutto ciò che al contrario non è in grado di contenere.
Ritroviamo pertanto il raziocinio legale dell’avvocato Erin Bruner, contrapposto all’incrollabile fede di Padre Moore. Lo scetticismo e l’accanimento di chi, di fronte ad una morte inspiegabile quanto atroce, vuole che sia fatta chiarezza e quindi giustizia è impersonificato sullo schermo dal procuratore distrettuale Ethan Thomas (Campbell Scott); che viene a sua volta contrapposto (fa da contraltare) alla comprensione, mista a paura e sgomento, di chi, avendo assistito in prima persona all’orrore di tali accadimenti, non può che condividere il dolore della famiglia Rose e di quanti hanno amato la ragazza restandole accanto assolutamente impotenti sino all’ultimo momento.
Se è vero che tutti i personaggi vengono tratteggiati con grande umanità, senza cadere in facili e superficiali stereotipizzazioni del caso, è altrettanto vero però che Derrickson non rinuncia a stemperare la drammaticità degli aventi narrati con espedienti orrorifici che servono più che altro ad ammiccare ad una vasta fetta di pubblico che molto probabilmente sarebbe altrimenti rimasta, per così dire, a bocca asciutta. Inoltre il meccanismo della suspance il più delle volte è indotto nello spettatore in modo del tutto semplicistico ed ingenuo e seppur il più delle volte, inizialmente, riesce a tenerti incollato alla sedia, alla lunga diviene scontato e banale. Grazie all’apporto della fotografia e della scenografia che pare abbiano preso ispirazione, su indicazioni dello stesso regista, dai dipinti di Francis Bacon (i risultati di tale scelta li ritroviamo infatti specialmente nella tavola cromatica della pellicola e nei volti delle persone, sfigurati dallo stato allucinogeno/allucinato della protagonista), Derrickson riesce comunque a farci rivivere, nei passaggi migliori del film, le cupe atmosfere drammatiche e di terrore che William Friedkin mise in scena con “L’Esorcista” nel 1973, catalizzando l’attenzione del pubblico di tutto il mondo.
Molti certo, sono gli argomenti sollevati dal film di Derrickson e posti al centro della nostra attenzione: l’interesse mai sopito riguardo l’esistenza di Satana, delle sette sataniche e dei fenomeni di possessione, nonché delle pratiche di esorcismo utilizzate nei secoli per combatterle, di cui poi si voglia o meno ammettere l’impiego.
Quello che è maggiormente apprezzabile nella visione del regista è che, pur non rinunciando a portare avanti tutti gli spunti proposti dando la propria interpretazione, non cerchi in alcun modo di fornire una facile risposta, ma lasci semmai spazio all’opinione personale del pubblico. Ma un senso di disagio e perplessità rimane, bisogna dirlo: perché se la maggior parte di noi è serenamente disposta ad ammettere di poter dubitare almeno una volta sulla propria capacità critica ed analitica nella rimessa in discussione di sé e di tutto ciò che lo riguarda, in quali valori “assoluti” invece possiamo riporre le poche certezze che ci restano? Chi ha il coraggio di avere fede in qualcosa o qualcuno, dovrà poi tenere debitamente conto del suo opposto?... E se così è, come possiamo a nostro modo combatterlo?
Si ha la sensazione, usciti dalla sala di proiezione, che se la stragrande maggioranza di noi non è disposta a concepire anche solo l’idea di ciò che ha appena visto, non avrà comunque l’ardire di “dirlo ad alta voce”: cosa che di fatto accade ad ognuno dei personaggi coinvolti nel film.


Ilaria Serina

The Exorcism of Emily Rose

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