Lo stagista inaspettato
 

Gabrielle

Il mezzo cinematografico ha sempre condizionato l'adattamento da opere di letteratura imponendo la nuova necessità di scrivere per un sistema espressivo audiovisivo, per gli occhi, per una m.d.p. Il che non si configura necessariamente come semplice limite: l'immagine illustra con facilità e velocità superiori la complessità di una situazione, rispetto a quanto non possa fare una serie di pagine scritte; ma l'elemento verbale (che è soprattutto il dialogo nel cinema moderno) viene quasi sempre a integrare quello visuale.
Patrice Chéreau, già acclamato autore de La regina Margot (1994) e Intimacy (2001), ha scelto attraverso Gabrielle di trasporre sullo schermo cinematografico il racconto Il ritorno di Joseph Conrad, spostando a Parigi l'originale ambientazione britannica, nelle doppie vesti di regista e co-sceneggiatore in coppia con Anne-Louise Trividic; e nel transfert della storia per il cinema la differenza fra film e opera letteraria è intervenuta a produrre un nuovo elemento di difficoltà per la pratica d'adattamento.
Nella narrazione propria della letteratura, il dialogo ha sempre riflesso la componente maggiormente artificiosa che trae origine dallo stile della pagina scritta: l'espressività di questa è davvero letteraria, decisamente poco colloquiale e strettamente debitrice delle scelte dell'autore. Nel film, invece, i dialoghi devono essere brevi e pregnanti, e come se non bastasse rimanere naturali; devono escludere, in questo senso, la prolissità che li caratterizza in un romanzo ed evitare di creare ridondanze nel sovrapporsi al lavoro di recitazione degli interpreti. Per questo, nel passare da un romanzo a un film, i dialoghi subiscono in genere un processo di inevitabile riduzione quantitativa. E' una pratica il cui peso ovviamente varia da caso a caso; la narrativa contemporanea non fa percepire una necessità urgente di tagli radicali, effetto che è invece più frequente di fronte a testi più datati e dotati di ragguardevoli parti dialogate. Si vedano i romanzi di Henry James, che hanno spesso rappresentato basi interessanti per il cinema, ma che hanno dovuto essere ripresi e risistemati per quanto riguarda i dialoghi in direzione di uno sfrondamento e di una sintesi decisamente ampia: casi come Ritratto di signora (1996) di Jane Campion e Le ali dell'amore (1997), adattato dal romanzo Le ali della colomba per la regia di Iain Softley, ne sono esempi significativi.
Gabrielle è in proposito un caso interessante, che smentisce in parte le considerazioni appena esposte. Chéreau, infatti, pone di fronte a un prodotto interamente, o quasi, basato sul dialogo, che è lungo, prolisso, in certi casi quasi monologo, e prende forma in poche e lunghe scene dense di parole. Una sfida vera e propria che sovverte molte delle regole basilari del cinema in generale e della pratica di sceneggiatura in particolare, e che non a caso ha diviso le platee della sessantaduesima Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia.
La storia è semplice. Gabrielle (Isabelle Huppert) e Jean Hervey (Pascal Greggory), marito e moglie, hanno vissuto per dieci anni una vita prima di scossoni, scandita da cene e lunghe serate con ospiti habitué; lui la ama con l'amore di un collezionista per la più preziosa delle sue opere d'arte, lei ha sempre presieduto la loro vita in società con eleganza impeccabile. Finchè un giorno una lettera e un ritardo di Gabrielle non aprono gli occhi di Jean sulla verità del loro matrimonio: i due coniugi saranno costretti a guardarsi negli occhi senza maschera per comprendere che le loro idee di felicità nella vita sono inconciliabili.
Senza nascondere i debiti nei confronti del suo passato di regista di teatro, Chéreau alleggerisce il peso del punto di vista maschile sulla storia e pone in scena un dramma incredibilmente denso con raggelante precisione, mostra il rito sociale del lusso mettendo a fuoco il tema dell'incapsulamento in quel soffocante mondo del primo Novecento fatto di domestici, ricevimenti e belle conversazioni: l'etichetta con le sue regole divengono così parti di una tomba che mangia l'anima della protagonista, stretta nella morsa ghiacciata di una vita vuota d'emozione.
Quel fiume in piena di dialoghi, battute recitate a raffica di cui talvolta si stenta a carpire il significato profondo, investe così la storia mentre ad esso fa da contraltare una strana fissità della m.d.p., che si muove con esasperante lentezza e studiata precisione. Il geometrismo della regia, che è statica solo in apparenza, ma in realtà vigilissima, pare non curarsi di quella debordante componente verbale, perfetto pendant dell'eleganza che è frutto del pregevolissimo lavoro della costumista Caroline de Vivaise e dello scenografo Olivier Radot. A giocare un ruolo primario nella particolarità della messa in scena che ne deriva é soprattutto la recitazione: diviene imprevedibile, qua e là enigmatica, così sfaccettata da prestarsi alle interpretazioni più diverse; e sono proprio le parole, fra le cui righe occorre leggere con attento spirito d'analisi, a mettere ordine fra le possibilità che il lavoro interpretativo dei protagonisti suggerisce. Un meccanismo, questo, che fonda la sua efficacia sulle capacità dei due interpreti principali, impegnati in un teso lavoro di scambio di occhiate, di gesti, naturalmente di parole spezzate però da silenzi altrettanto carichi. Pascal Greggory è sorprendente nel tentativo riuscito di velare di compassata dignità la totale incapacità di accettare il punto di vista del personaggio della protagonista, cui la prova di Isabelle Huppert conferisce un fenomenale valore aggiunto. Ed è proprio l'interpretazione della Huppert a lasciare il segno, la sofferenza trattenuta dei suoi sospiri, l'allucinata freddezza con cui descrive il vuoto interiore di Gabrielle: un lavoro non solo mimetico, a suo modo appassionato, che diventa una delle colonne portanti di un film girato praticamente su due figure.
Chéreau, da parte sua, non limita ai dialoghi quella ricchezza stilistica essenziale; aggiunge significato alle sequenze alternando al colore un bianco e nero che riflette la chiusura mentale di Jean nelle sequenze filtrate dal suo punto di vista; e come se non bastasse, sottolinea i momenti essenziali azzittendo il sonoro e rendendo conto delle parole principali utilizzando menzioni scritte a tutto schermo su sfondo nero (si leggono così sia la lettera che Gabrielle lascia al marito sia una delle esclamazioni di quest'ultimo nella scena finale, senza contare la frase che dà senso alla vicenda chiudendola). E' un'eleganza che va oltre la forma e che riesce a superare la cortina della futile e civile mondanità, esplorando i risvolti di due condizioni accomunate dalla mancanza d'affetto e dall'aver dimenticato la dimensione fisica dell'essere coppia.


Alessandro Bizzotto

Gabrielle

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