Lo stagista inaspettato
 

Proof - La prova

Scritta da David Auburn per il palcoscenico teatrale, la piéce Proof era stata portata al successo nel West End di Londra da John Madden prima dell'adattamento cinematografico.
Per il transfert sul grande schermo - è facile intuirlo - il testo teatrale offre meno appigli e più vincoli di una semplice opera di letteratura. Almeno da un punto di vista. Un'opera scritta per il teatro presenta scarne indicazioni riguardanti la location, ma nasce e vive di battute private del contorno descrittivo che un testo narrativo (romanzo o novella) accompagna al parlato. L'elemento dialogato, poi, è presente e - almeno nel teatro tradizionale - prolisso, chiamato a spiegare e a dare ragione anche del pensiero, del fuori scena, insomma di una serie d'elementi che il prodotto letterario è libero di raccontare come vuole e di cui l'opera cinematografica sa rendere conto come meglio crede. Ma - aspetto non meno importante - è in particolar modo la rigida fissità dell'impianto drammaturgico a connotare fortemente una storia narrata da un palcoscenico; il teatro non ha certo a disposizione l'agile libertà con cui la parola scritta e la m.d.p. cinematografica riescono a mutare ambientazione e attraversarne quante è necessario.
A Londra, nel 2002, diresse Proof John Madden (un regista che alle spalle aveva già un film vincitore dell'Oscar, Shakespeare in Love, e un flop come Il mandolino del capitano Corelli). Per calcare i palcoscenici fu scelta Gwyneth Paltrow, che con Madden aveva lavorato proprio per Shakespeare in Love, che aveva già vinto un Oscar per il film in questione, e che veniva ad aggiungersi all'elenco delle star hollywoodiane che scelgono di far apparire il loro nome sul cartellone dei migliori teatri del West End londinese.
Il successo di Proof a Londra ha fatto sì che cadesse su Madden la scelta del regista per l'inevitabile adattamento cinematografico dell'opera di Audrey. E Madden non poteva che volere davanti alla cinepresa ancora la sua musa, più volte paragonata a Grace Kelly, per fare rivivere al cinema questo moderno dramma psicologico.
Cosa può aver trasmesso a sua figlia un matematico brillante, ma morto preda della pazzia e della regressione psichica? Il genio nei numeri? O l'instabilità mentale?
Catherine (Gwyneth Paltrow) ha vissuto col padre Robert (Anthony Hopkins), uno stimatissimo docente universitario mago nella ricerca matematica, prendendosene cura anche negli anni della sua malattia mentale. Alla morte del genitore, Catherine si ritrova sola e profondamente insicura, scoprendosi tesa e guardinga nei rapporti interpersonali e nelle relazioni sociali. La cura in più occasioni soffocante della sorella Claire (Hope Davis) non l'aiuta certo a guardare oltre la soglia di casa a cuor leggero, e il timore d'essere psicologicamente vulnerabile come il padre blocca la ragazza facendola apparire esattamente quel che teme di essere. Sarà l'incontro con Hal (Jake Gyllenhaal), ex studente di Robert, a costringerla a fare i conti con l'ingombrante figura paterna: l'amore, inizialmente difficile e tormentato, aiuterà Catherine a guardare se stessa e il proprio talento nei numeri in modo lucido.
Sceneggiato dallo stesso Auburn e da Rebecca Miller, Proof paga un dazio all'origine teatrale nella tendenza al monologo e al dialogo a due che l'ineliminabile operazione di sintesi del copione ha conservato come soluzione obbligata, fondandosi la storia proprio sulle parole e sul loro mutevole significato contestuale più che letterale. Il problema messo in luce, relativo all'elemento dialogato, è pertanto affrontato senza ansia nell'evitare che il film debba dibattersi fra battute tagliate e battute di troppo svirgolando i passaggi nodali della storia; lo sproloquio verbale (soprattutto quello in cui Robert espone una sconclusionata teoria mostrando inequivocabili segni di cedimento cerebrale) sa lasciare il posto al silenzio riempito dal gesto e dallo sguardo (Catherine che non reagisce di fronte all'imprevedibilità del padre o che guarda Hal con criptica diffidenza).
Le linee dell'impianto drammatico poi, in relazione allo spazio, non diventano un freno. Proof resta un film d'interni che esplora legami oltre la superficie della semplice ricerca di un'identità; resta insomma importante quanto viene detto, non certo dove, per quanto la casa di Catherine, col suo leggero disordine polveroso e i colori spenti, contribuisca a rendere visibile l'ansia della ragazza e il senso di soffocamento.
A immettere pathos e cuore nel preciso succedersi di numeri, teorie e tensioni è poi chiamata Gwyneth Paltrow, sofferta e vibrante senza mai apparire stucchevole. Alle prese con una delle prove più complesse e riuscite della sua carriera, la Paltrow esplora il personaggio senza imporre una chiave di lettura sulle altre, rendendo la sua Catherine vulnerabile e affascinante nello stesso tempo.
Così, senza temere di restare asetticamente distante dal dramma umano specchiandone semplicemente il manifestarsi, Proof riesce a non caricare le tinte in modo eccessivo dando comunque completezza alla storia e alla sua tensione tragica, con un finale aperto e chiamato a suggerire fiducia nel futuro, indagando con interessante stile allusivo lo scontro e la connessione fra l'esatto ragionare per regole da un lato e il pensiero umano e l'opinione soggettiva dall'altro.


Alessandro Bizzotto

Proof - La prova

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