Lo stagista inaspettato
 

La seconda notte di nozze

Dopo Ma quando arrivano le ragazze?, Pupi Avati torna a scegliere un'ambientazione romagnola, ma con una storia meno contemporanea. Finita la (seconda) guerra, a Bologna dilaga la fame. Liliana (Katia Ricciarelli) è ospite di una chiesa in cui hanno trovato rifugio molti senzatetto, ed è mantenuta da un viscido convivente; ma quando il sacro edificio viene riconsacrato per tornare ad ospitare il culto religioso, la donna e il figlio Nino (Neri Marcorè), che non è esattamente un modello d'onestà, si trovano senza casa. Venuto a sapere dell'esistenza dello zio paterno Giordano (Antonio Albanese), innamorato in giovinezza di Liliana e proprietario di casa e terreni in Puglia, Nino vi trascina la madre perché eserciti l'antico ascendente sul bonario parente procacciandosi un'abitazione. I sentimenti di Giordano per Liliana non sono mutati, ma la presenza delle anziane zie (Marisa Merlini e Angela Luce) non renderà semplice la convivenza...
La struttura morbida e ordinata, che smussa gli spigoli degli elementi più aspri nella presentazione di una storia che solo edificante non è, permette al regista di sostituire all'acredine un tono vagamente intessuto di lirismo nel risolvere anche le situazioni più spinose. Avati ha la mano morbida nel rendere conto di qualsiasi tipo di situazione: Liliana resta con un uomo che la disgusta per avere da mangiare per sè e per il figlio; il loro trasferirsi in Puglia altro non è (almeno nell'ottica di Nino) che uno sfacciato tentativo di sopravvivere alla povertà; lo stesso Nino truffa e approfitta con una certa disinvoltura.
Ma il regista non giudica le cose nel loro divenire, guarda oltre con una laica tolleranza, mettendo a fuoco ciò che le azioni producono piuttosto che il loro compiersi; lascia spazio a ottiche diverse senza sacrificarne nessuna (ed è più tagliente ed accorta quella delle zie rispetto alla morbida condiscendenza di Giordano), mescendo la tragedia alla speranza per avere un risultato agrodolce, ma mai scoraggiante.
Il mordente e l'aggressività che lasciano il segno non sono certo prerogativa di Avati; eppure il suo sguardo lucido - mai fastidioso - in questo caso sa graffiare senza darlo a vedere e senza esibire una compiaciuta crudezza nell'atteggiamento; tant'è che anche il finale, con poche risposte e qualche dubbio, lascia spazio ad un briciolo di speranza, rimanendo aperto, trattando senza grettezza una materia delicata che ben si presta all'ironia, ma meno al sarcasmo.
Tenendo fede alla sua vocazione di scopritore di talenti e anche di sperimentatore, Avati ha scelto per il ruolo di Liliana il soprano Katia Ricciarelli, che debutta sullo schermo cinematografico lanciandosi senza timori di circostanza nell'interpretazione di un personaggio sfaccettato e ricco di chiaroscuri, affrontando il set spesso struccata ed esibendo una naturalezza che si sostituisce felicemente alla semplice tecnica attoriale. Marcorè è credibile, Albanese sempre misurato, e a completare il cast intervengono le presenze d'eccezione di Marisa Merlini e Angela Luce: da grandi caratteriste sintetizzano risata e acredine dello stereotipo dell'anziana domestica del sud, la Merlini con una bravura sfoggiata in modo assai consapevole, la Luce con devozione più mimetica.
Supportato così da una confezione d'alta qualità anche sul piano formale, il regista firma una delle sue opere più interessanti e ispirate, rendendola una lezione non solo cinefila, ma anche esistenziale, che invita alla lungimiranza e, in definitiva, all'ottimismo.


Alessandro Bizzotto

La seconda notte di nozze

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