Lo stagista inaspettato
 

King Kong

Cuore di Kong

"Non è solo un racconto d'avventura, vero?"
E' con questa domanda, usata dal giovane marinaio Jimmy/Jamie Bell (già proprio il "Billy Elliot" di S.Daldry), per commentare il romanzo "Cuore di tenebra" di J.Conrad (già ispiratore di numerosi film, Apocalipse Now, su tutti) che Peter Jackson innesta la chiave di lettura del suo film, mentre sulla scena, un ignaro e sperduto equipaggio di cinematografari viene trascinato verso la spettrale e jurassica (ovviamente, è Spielberg che ha attinto dal King Kong originale per il suoi "Jurassic Park" e non il contrario) Isola del Teschio. Sul fondo già si odono gli echi di urla mostruose e indicibili, dimora di indigeni-zombie che nel cuore della tenebrosa natura selvaggia custodiscono il mistero di un’orribile creatura.
Non è solo un film d'avventura il suo, non è solo un roboante remake natalizio di effetti speciali, ma un viaggio verso l'inconscio e le sue paure più recondite e inconfessabili, che a più livelli di lettura riporta a galla, riaggiornandoli e arricchendoli, miti primordiali, sentimenti purissimi e un mito su tutti: quello del "cinematografo", nella sua metafora forse più spietata, crudele e autentica che sia mai stata rappresentata.
Siamo a New York, durante la Depressione, ma in un periodo d’oro per il cinema. Un regista testardo e ambizioso, Carl Denham (Jack Black) giunto all'ennesimo fiasco della sua mediocre carriera, decide di tentare il tutto e per tutto, imbarcandosi di nascosto (dai produttori) su una nave diretta a Sumatra per girare un film un'isola leggendaria scovata su una mappa misteriosa, popolata da terribili mostri.
Disposto a tutto, trascina con se l'intera troupe, compreso lo sceneggiatore teatrale Jack Driscoll (Adrien Brody) e l'attrice di vaudeville Ann Darrow (Naomi Watts), "stellina" in declino ("la ragazza più triste che si possa incontrare" come la definisce il regista) raccattata di fronte ad un night come protagonista del suo film e inconsapevole vittima sacrificale della sua sfrenata ambizione.
Dopo aver rischiato l'impossibile, animato da folle cinismo (ma non è una prerogativa dei cineasti?), perduta anche la mdp, non gli resterà che cedere alla mercificazione della "settima arte", catturare il mostro (che è in lui...) ed esibirlo nel cuore dello star system, nel baraccone pulsante di luci, stelle e fumaioli di illusioni...
Peter Jackson riporta in scena il mito, se stesso e l'illusione di un sogno troppo spesso tradito dalle esigenze di spettacolarizzazione.
Pur con grande rispetto nei confronti dell'archetipico originale del '33 di Merian C.Cooper e Ernest B. Schoedsack, di cui mutua alcune scene (si vedano le inquadrature speculari dell'uccisione del T - rex, quelle della lapidaria chiusura finale), e l'ambientazione anni '30 con le scenografie degne di lode di Grant Major, omaggiandolo con alcune citazioni (nel film Ann Darrow/Naomi Watts viene assunta perché Fay Wray, l'attrice protagonista dell'originale, è impegnata in un film dell'RKO, casa di produzione reale di King Kong, guarda caso diretto da M.C. Cooper, come ghigna Denham...) Jackson riesce comunque ad rinverdire il mito dando fondo all'esperienza maturata da Il Signore degli Anelli con elaborati virtuosismi digitali (incredibili tutte le scene di lotta con i dinosauri), magistrali riprese tecniche (efficace l'uso di accelerazioni e rallentamenti improvvisi, ora per dare la sensazione di incubo e allucinazione, ora per pennellare di romanticismo le scene dall'altra) e apportando delle variazioni di sceneggiatura (assieme a Fran Walsh e Philippa Boyens, co-sceneggiatrice e premio Oscar per Il Signore degli Anelli) che se non si rivelano sempre azzeccate (il fatto di sdoppiare l'antagonista di Kong, nel personaggio dell'avventuriero e in quello "ex novo" dello sceneggiatore innamorato, interpretato da Brody; il personaggio di Jamie Bell, sacrificato forse troppo frettolosamente e poi dimenticato) e talvolta forzate (la caratterizzazione “romeriana” degli indigeni, e i loro esorcismi, o la stucchevole "pattinata" sul ghiaccio de la bella e la bestia e del film nel finale), risultano comunque efficaci in funzione dell’adattamento contemporaneo della storia.
E a Peter Jackson tutto si può contestare, ma non il coraggio di rimettersi in gioco (dopo la consacrazione de Il Signore degli Anelli e l'Oscar), di confrontarsi con un mito del cinema, per l'ennesimo remake (senza un precedente a suo favore...), con l'intento di far provare le stesse emozioni da lui vissute a 9 anni vedendo l'originale...
Un pazzo, se non fosse che il regista neozelandese ha capito che l’unico modo per riproporre King Kong era quello di rispettarne il mito, riproporlo assieme all’immenso "corpus" dei suoi significati più o meno reconditi, e aggiornarlo nei contenuti e nell'impatto visivo (doveroso citare l'immenso lavoro del supervisore degli effetti speciali, Joe Letteri) per far sì che lo spettatore del 2005 (che si troverebbe a sorridere di fronte al pupazzo animato in stop- motion del '33) possa ancora provare una certa emozione o, se non altro, uno strano "solletichio", ascoltando l'eco di un urlo cavernoso che riporta alla mente "la bestia", facendo riaffiorare nell'anima le nostre paure più profonde e istintive.
Ma Peter Jackson fa di più, puntando l'attenzione anche sulla realtà dei nostri giorni. E King Kong in questo contesto diventa anche un'enorme metafora dell'intento di un regista, Dr. Frankenstein suo malgrado, del suo modo di osservare un cinema contemporaneo talmente potente, visionario, da diventare autodistruttivo, collassando su se stesso, sul suo inarrestabile crescendo di esasperazioni tecnico-digitali che, se da un parte permettono di mettere in scena storie fantastiche (e impensabili fino a poco tempo fa), dall'altra hanno contribuito alla sterilizzazione del cinema e alla sua lobotomizzazzione.
E il suo è uno sguardo nostalgico (per un mito irripetibile), ma anche beffardo, ironico nei confronti della bellezza di un mondo superficiale, patinato, che lo ha spesso etichettato come regista brutto, grasso e occhialuto. In questo senso King Kong, il suo bestione peloso che svetta sull'Empire State Building (riappropriandosene, dopo la divagazione al World Trade Center nella versione di J.Guillermin del '76), costituisce una personale rivincita verso una realtà tanto glamour quanto meschina.
Non a caso l'alter-ego del regista, sulla scena, è Jack Black, la medocrità, l'umanità, il "cinematografaro" per eccellenza, forse il più autentico fra i personaggi del film, che l'irresistibile protagonista di School of Rock contribuisce ad arricchire ancor più rispetto alla versione forse più glamour ed elegante incarnata da Robert Armstrong nel '33, in una commistione di istintività, ironia e cinismo (il suo "leitmotiv" declamato ad ogni membro del cast sacrificato per la “buona causa” del cinema: "gli dedicheremo il film e devolveremo i proventi alla moglie e ai figli"), che si concretizza in un perfetto parallelismo con l'altro animale (ma forse meno bestiale di lui) del film, Kong.
Vederlo dribblare le zampe dei dinosauri che si calpestano, col treppiede in spalla, fiatone e pancetta, fregarsene di tutti, sacrificando uno ad uno i membri del cast, compreso il direttore della fotografia(!), per salvare la pellicola e realizzare il suo sogno impossibile è uno spettacolo fantasmagorico, in barba a qualsiasi effetto digitale...
Ma è difficile portare a termine un film con un "soggetto" così, il protagonista sulla scena (e oltre la stessa): il gorilla più credibile della storia del cinema. Che Peter Jackson e il "reparto trucchi speciali, creature e miniature" guidato da Richard Taylor, con il volto-feticcio di Andy Serkis (il Gollum della Trilogia) ha il merito di rendere molto espressivo pur conservandone la fisionomia realistica, animalesca, in cui finalmente Kong dimostra di essere un vero gorilla, che scimmiotta gli atteggiamenti più umani, facendo l'offeso come nella più naturale delle espressioni animali (spassosa e tenerissima la scena in cui gioca con la protagonista, mettendole il broncio e facendo finta di disisnteressarsi di lei), in un autentico "corteggiamento" amoroso.
Ma il vero "gigante" del film è la dolce, agguerrita, sempre più brava, Naomi Watts (incredibile la capacità di questa attrice australiana, molto "kidmaniana", di vagliare registri drammatici diversi, passando da "Mulholland Drive" a The Ring, fino a 21 Grammi) la "bella", che si gira e rigira "la bestia" e tutto il cast, reggendo e concentrando su se stessa la tensione emotiva del film e dando vita ad una poetico, a tratti lirico, univoco, inscalfibile (nemmeno dallo sfigato e poco convincente "affabulatore" Adrien Brody, sempre bravo, ma qui disorientato da un ruolo "indeciso" per non dire inutile) rapporto d'amore con Kong che acquista nel corso del film un valore assoluto, unico, impossibile da scardinare perché "puro".
Portando a compimento un'evoluzione "emozionale" partita nel lontano '33 con un trasgressivo "erotismo" (con le scene censurate di King Kong che sveste Fay Wray) e una protagonista ancora terrorizzata dalla bestia e innamorata del suo capitano, cresciuta attraverso l'amore un po' "ambientalista" di Jessica Lange ne il King Kong prodotto da De Laurentiis nel 1976, e sfociata nell'idillio dell'attuale versione, probabilmente la più commovente, grazie anche all'imprescindibile contributo musicale di James Newton Howard (Collateral di Michael Mann), che realizza una partitura, magniloquente, trionfante (dominata dai tromboni e dai violini, nell'alternare azione e romanticismo), potente quanto la storia, alla fotografia, a tratti volutamente stucchevole, hollywoodiana (si vedano i bellissimi ritratti di Naomi Watts sul ponte della nave) di Andrew Lesnie.
Di fronte ad un amore così assoluto, non ce n'è per nessuno: né per l'Indiana Jones Thomas Kretschmann (già ne Il pianista con Adren Brody, qui nel ruolo del capitano Englehorn), né per lo sceneggiatore geniale ma con scarsi attributi Adrien Brody, tantomeno per Jack Black, il regista innamorato della sua "bestia", ovvero la mdp.
Perché King Kong "non è solo un racconto d'avventura", è anche un film romantico, intriso di romanticismo, una favola impossibile che guarda a Via col vento come a "La bella e la bestia" strizzando l'occhio a "Cenerentola"...
E fra i tanti livelli di lettura del film, e le sue infinite morali, vorremmo concludere con una considerazione, suggerita dalla nostra Roberta durante la proiezione di King Kong:

Gli uomini preferiscono le bionde...
E le donne?
Si accontentano...

Come darle torto?


Ottavia Da Re

King Kong

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