Lo stagista inaspettato
 

Harry Potter e il calice di fuoco

Tempi oscuri in arrivo, come recita la frase di lancio, per la Scuola di magia di Hogwarts. Gli anni passano, gli studenti crescono, i problemi si moltiplicano.
Giunta alla quarta puntata, la celeberrima saga della britannica Joanne K. Rowling procede sulla strada che s'allontana dall'innocua spensieratezza tardo-infantile per farsi più vicina sia a toni cinematografici vivi e connotati (un po' di thriller, un po' di leggero horror) sia a dinamiche psicologiche che danno al racconto maggiore spessore, e non solo materiale (sarà un caso, ma il romanzo stesso è molto più voluminoso dei tre precedenti).
Voldemort è a un passo dal tornare, stavolta, e il pericolo è dietro l'angolo. Come se non bastasse, a Hogwarts si tiene il celeberrimo e arduo Torneo Tremaghi: per parteciparvi giungono gli studenti di due scuole straniere, la germanica Durmstrang coi suoi rudi maschi e il collegio femminile francese di Beauxbatons. Tre campioni almeno diciassettenni, uno per istituto, devono sfidarsi superando tre prove; ma il magico calice di fuoco, chiamato a scegliere i prescelti nella rosa dei candidati, sputa a sorpresa il quarto nome di un allievo che diciassette anni non li ha ancora compiuti. Indovinate quale?
Dopo l'americano Chris Columbus e il messicano Alfonso Cuarón, arriva con Mike Newell il primo britannico d.o.c. dietro la macchina da presa per aggiungere al puzzle un nuovo tassello della storia del mago minorenne più famoso della storia del cinema. Scartata qualsiasi soluzione naturalistica (in parte furono care a Cuarón), Newell modella la storia con mano più pesante del predecessore messicano, di cui non riutilizza i toni leggeri, la sottigliezza del racconto, l'allusione insinuante; ma evita di appesantire con tanta carne al fuoco, allontanando questo quarto Harry Potter dai toni mixati e speziati di Columbus, intrattenitore per una macchina spettacolare. Newell fa più il cinefilo, ammicca alle sfumature di genere con rimandi chiaramente ben studiati, utilizza l'abbondante materia letteraria della Rowling con idee assai chiare.
Un film che costituisca l'adattamento di un romanzo non può darsi senza una componente interpretativa. E Newell sceglie in questo caso la più ovvia: quella sfacciatamente - e magneticamente - dark. Se già s'era gridato ai toni scuri con Harry Potter e la camera dei segreti, Harry Potter e il calice di fuoco stravolge i parametri in materia: già l'incipit, nel cimitero e nella casa abbandonata, è pura essenza gotica ancor prima di darsi alla narrazione. I dissennatori in Harry Potter e il prigioniero di Azkaban incarnavano una componente sinistra minacciosa, narrativamente giustificata; qui le concessioni al cinema dell'orrore (per quanto morbide) restano compiaciute, arricchimento di un'atmosfera che è già soffocante di suo. Non s'era mai visto ad Hogwarts un anno scolastico durante il quale splendesse così poco sole, e il tempo si mantenesse spesso uggioso e umido.
La tensione ha qualche calo, l'inizio può risultare ostico per i non addetti ai lavori, ma Newell sbaglia ben poco in una serie di trovate che fanno spesso centro; ben riuscito l'ingresso delle allieve di Beauxbatons, magica parata di incantevoli studentesse tutte in azzurro; simpatica la lezione di ballo che la professoressa McGranitt impartisce agli allievi in occasione del natalizio Ballo del Ceppo (concessione all'americanata dei balli collegiali, quando dal valzer d'apertura si passa ad una scatenata disco dance). La struttura drammaturgica è veloca e tutto sommato solida, e in parte il merito va ai tagli che la sceneggiatura dell'habituée Steve Kloves ha apportato al complesso intreccio del romanzo: via l'incipit a Pivet Drive dagli zii Dursley, nemmeno un accenno agli efli domestici (fra cui Dobby, già visto in Harry Potter e la camera dei segreti), assente Percy, fratello di Ron e prefetto della scuola, trascurata la descrizione dei quattro draghi in occasione della prima prova del torneo.
Ma è anche l'ingresso nella tormentata età dell'adolescenza a costituire una novità significativa nella filmografia potteriana: qui per la prima volta fa la sua comparsa la dimensione sentimental-erotica; se teneri e languidi sono i sospiri (in verità erano di più nell'opera letteraria) di Harry per la compagna di Corvonero Cho Chang, e romantici gli sguardi di Hermione (per la prima volta in abito da sera) al braccio del campione di Quidditch Victor Krum, più malandrine sono invece le allusioni di Ron alla silhouette delle ragazze di Beauxbatons o le invadenti confidenze che Mirtilla Malcontenta (ragazzina fantasma che infesta i bagni scolastici) si prende strusciandosi addosso a Harry, completamente nudo in vasca da bagno.
Ancora una volta altissima la levatura del cast, che (a far compagnia agli storici Daniel Radcliffe, Emma Watson e Rupert Grint) annovera fra i comprimari nomi quali Maggie Smith (la professoressa McGranitt), Alan Rickman (il professor Piton), Michael Gambon (Silente), Jason Isaacs (Lucius Malfoy) e Gary Oldman (Sirius, questa volta solo un volto nel fuoco). Fenomenali le new entry Miranda Richardson e Ralph Fiennes; la prima è divertente e ironica nel ruolo della cronista millantatrice Rita Skeeter; il secondo, strepitoso, incarna nientemeno che Voldemort in persona, appena riconoscibile sotto il trucco deformante, semplicemente sublime in un'apparizione di forza trascinante.
Sempre ottimo il lavoro di ricostruzione scenica (eccellente la fotografia di Roger Pratt), con un'importante aggiunta nel team: è questa volta Patrick Doyle a firmare la colonna sonora, sostituendo John Williams; l'autore, già compositore delle musiche di Ragione e sentimento, Hamlet e Gosford Park, dà un contributo elegante e più incisivo, con musiche evocative, ora insinuanti e ora epiche.


Alessandro Bizzotto

Harry Potter e il calice di fuoco

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