Lo stagista inaspettato
 

Lord of War

La frase di lancio del nuovo film di Andrew Niccol, lo stesso di SimOne” e “Gattaca”, assicura che “Lord of War” è un’avventura d’azione ambientata nel mondo del traffico internazionale d’armi, basata su fatti veri. Non potrebbe esserci niente di più interessante in un periodo in cui il cinema,tranne pochi fulgidi esempi, pare in crisi creativa e spesso ripiega su remake di telefilm o fumetti: un po’ di cronaca e di denuncia politica su uno ei temi più scottanti degli ultimi decenni.
In quest’ottica le aspettative salgono, anche se le probabilità di trovarsi di fronte all’ennesima storia hollywoodiana di guardia e ladri, infarcita di visual effects e divi sempre impeccabili,nonostante crolli loro addosso il mondo, restavano comunque elevate. In questo senso, la trama non aiuta certo a fare previsioni né in una direzione né nell’altra, poiché il film segue le imprese del mercante d’armi Yuri Orlov che, attraverso alcune delle zone di guerra più pericolose, lotta per stare sempre un passo avanti ad un implacabile agente dell’Interpol, ai suoi rivali i affari e persino ad alcuni dei suoi clienti, tra cui figurano i dittatori più noti del pianeta.
Ma non appena parte la pellicola, non c’è più spazio per i dubbi grazie ai titoli di testa estremamente accattivanti: una sequenza in soggettiva che segue il tragitto di una pallottola che dalla fabbrica gira mezzo globo toccando i peggiori focolai di guerra per finire esplosa contro il più agghiacciante dei bersagli, il tutto cullato dalla voce del protagonista che afferma che per lui vendere armi non è molto diverso dal commerciare in aspirapolveri o in enciclopedie.
L’autore e regista Andrew Niccol ha tratto ispirazione da una serie di eventi degli ultimi anni per ideare il personaggio di Yuri Orlov, il trafficante d’armi i cui accordi commerciali gli hanno valso l’epiteto di Signore della Guerra, precisamente nato dalle storie di cinque diversi trafficanti realmente esistiti, sui quali lo sceneggiatore si è documentato moltissimo negli anni precendenti l’inizio della lavorazione del film.
Il regista afferma che quasi tutti i fatti del film hanno un precedente reale dai saccheggi degli arsenali sovietici, ai cambi di nome di trafficanti e di registrazione di navi in alto mare, così come la scarcerazione di un noto criminale in circostanze molto misteriose negli USA e proprio tale aderenza alla realtà sembra ad avere reso perfino più difficile del solito reperire il finanziamenti per il progetto, che si presenta come uno dei film indipendenti più costosi della storia con i suoi 50 milioni di dollari di budget.
La storia parte con l’ approfondire una conseguenza poco nota della fine della guerra fredda, ovvero l’enorme quantitativo di armi andate improvvisamente in disuso, vendute dagli stati dell’ex Unione Sovietica ai paesi in via di sviluppo e le ingenti somme di denaro incassate dai trafficanti d’armi che le hanno vendute. Sono in molti a ritenere che sia stato il colpo più grosso dei XX secolo e nel film viene chiaramente descritto grazie alle origini ucraine del protagoniste che fungono da aggancio a questo scandalo realmente accaduto, nonché come decollo della vicenda narrata. Entrato in possesso d’interi arsenali, grazie ad un generale sovietico suo parente, Orlov inizia la sua scalata ai vertici del commercio internazionale d’armi e parallelamente ha luogo la sua ascesa sociale, fatta di lussuosi appartamenti a Manhattan e collezioni d’arte che culmina col matrimonio con la modella più ricercata del momento, conquistata a suon di jet privati, regali e piccole bugie…
Protagonista assoluto e in gran parte responsabile della buona riuscita e credibilità del film è Nicolas Cage, probabilmente l’unico attore che potrebbe interpretare un trafficante d’armi come Orlov, risultando plausibile ed affascinante, simpatico e brutale allo stesso tempo, che in più di un’occasione riesce anche solo per un attimo a farci passare dalla sua parte, iniziando noi stessi a credere a quelle che per noi sono bugie mentre per Yuri è una vera e propria linea morale, che non rivede mai, neppure nei momenti in cui sembra perdere tutto, persino gli affetti.
A questo proposito è da sottolineare che “Lord of War” costituisce un perfetto ritratto di un personaggio, insolito per il cinema, che segue una linea morale tutta sua, anzi il proprio codice di regole e valori personale che s’è ritagliato su misura in un mondo molto legato alla realtà e di conseguenza è anche un’istantanea del modo in cui funziona il mondo d’oggi e di cosa accade nelle stanze dei bottoni, dove sempre più spesso sembra che vigano leggi e priorità diverse da ciò che si dichiara apertamente.

Nella pellicola non mancano inseguimenti , esplosioni, sparatorie, ma anche se potrebbe sembrare un film d’azione non lo è, è piuttosto una storia drammatica che gioca sul genere d’azione presentato in forma cinematografica ma segue una direzione del tutto diversa, pervasa da una spiccato humour nero al vetriolo, che controbilancia l’attività illegale del protagonista con momenti di autentica umanità. Di certo non è la storia di guardie e ladri che mi aspettavo, sebbene la guardia ci sia e abbia il viso tirato ma sincero di Ethan Hawk, che insegue il trafficante d’armi, quasi come fosse un suo demone personale, con dedizione ed accanimento, per mezzo mondo, tanto che “Lord of War” assume quasi i tratti del road movie, in cui si susseguono oltre 13 paesi,dall’Africa all’Ucraina, dai Balcani alla periferia di New York, collegati dall’intensa e coloratissima fotografia di Amir Mokri, dalle ingegnose scenografie di Jean Vincent Puzos, capace di ricostruire quasi tutte le location nel deserto del Sudafrica e dall’avvolgente colonna sonora di Antonio Pinto, che ai suoi pezzi morbidi e orchestrali alterna veri e propri cult come l’Hallelujah nella versione di Jeff Buckley, La vie en rose, Cocaina di Grace Jones e Glory Box dei Portishead.

Dietro lo scintillio delle immagini africane, lo sfarzo degli appartamenti newyorkesi ed il grigiore delle basi sovietiche, al di là del sorriso da imprenditore di successo del protagonista, resta chiaro e nitido l’intento polemico del regista e sceneggiatore, Niccol nel denunciare l’incapacità o peggio ancora il disinteresse delle legislazioni internazionali a porre dei freni al traffico d’armi, arrivando addirittura a puntare apertamente il dito contro i cinque paesi membri fissi del consiglio di sicurezza dell’Onu, come diretti responsabili del proliferare del problema.
Il film-biografa ha il suo focus sulla figura carismatica e seducente del protagonista un po’ businessman e un po’ 007, ma il ritmo resta veloce e avvincente per tutti i 120 minuti, nonostante l’insistita onnipresenza della voice over, ed il realismo degli argomenti trattati e gli espedienti narrativi di fantasia necessari ad amalgamare cronaca e finzione risultano al di sopra delle previsioni, soprattutto in virtù del tentativo, peraltro riuscito, di lasciar da parte le questioni morali, permettendo allo spettatore di scegliere il grado di profondità a dare alla pellicola. Niccol lascia scoperti molti indizi di colpevolezza sia del proprio protagonista sia delle superpotenze che da lui si riforniscono, ma non obbliga affatto a raccoglierli, permettendo, quindi, anche una visione prettamente d’intrattenimento.


Marta Ravasio

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