Lo stagista inaspettato
 

Nuvole di vetro

'Ci sono tre fasi della vita di un uomo: giovane, adulta e “te vedo ben”…'

Inizia con questa lapidaria e fulminante filosofia di vita, “Nuvole di vetro” di Lino Toffolo. Alla sua prima prova dietro la mdp, il popolare comico veneziano realizza un film di spontanea vivacità e di struggente poesia, che prende il via con un’irresistibile escalation di topoi veneziani, di momenti in cui le cantilenanti “cronache” dialettali veneziane si animano sul modello dei salotti del ‘700, quegli stessi dove Pietro Longhi tratteggiava con spirito beffardo la società veneziana che Carlo Goldoni metteva in scena. Con la stessa arguzia ma con ancor più ruspante vitalità, memore forse delle "Rime piscatorie" del Calmo (scrittore e commediografo veneziano del '500) i “commenti” di Toffolo e dei personaggi del film, tratteggiano attraverso le lamentele della fornàsa e le ciàcole delle comari dalla parrucchiera, in una messinscena corale, (ottimo il montaggio di Paolo Toffolo) gli elementi più caratteristici della vita veneziana, quella quotidiana, forse meno conosciuta, quasi perduta, ormai corrotta ai giorni nostri da una falsità che nasce dalla volontà di essere socialmente più legittimati, più conformati, a discapito della propria natura, divenuta più "adulta" forse, ma meno spontanea, meno “te vedo ben”.
E’ la società che cambia e lotta per rimanere comunque se stessa, racchiusa in un cantòn d’acqua e salso.
Per conferire questa autenticità, la venezianità più pura, i protagonisti non potevano non essere che “veri”, rusteghi, presi dalla strada o, meglio, dalle fondamenta. Un neo-realismo veneziano (sarebbe il caso di chiamarlo "realismo nòvo") di grande vivacità, che si caratterizza in figurine genuine ed esilaranti, da baruffe chiozzotte (la serva, il padrone, il compare...). Un approccio che anche tecnicamente si avvale di un mezzo, il digitale, in grado di garantire questa freschezza e un approccio diretto, immediato, con la realtà dei rii e delle calli veneziani.
A questo ruspante vissùo poco a poco si sostituisce un afflato poetico, e come i vasi muranesi forgiati nella fornàsa, il film prende forma, forgiato da un respiro lieve, che va ben temperato, per creare in un semplice e calibratissimo insieme di gesti (una specie di miracolo che si rinnova ogni volta), la forma semplice e perfetta di un vaso, di un sogno che cresce e sembra quasi materializzarsi, nella sua straordinaria bellezza.
Il vetro, l’acqua e i suoi baluginanti riflessi diventano, oltre che un elemento fondante, una grande metafora della città incantata che Lino Toffolo ama semplicemente, con genuino senso di meraviglia e disincanto, senza filtri, se non quello della fantasia.
"Nuvole di vetro" è quindi un film sul sogno, sull’illusione di un mondo che si va perdendo e di una città inafferrabile che, come una nuvola, cambia forma negli occhi di chi la guarda, rimanendo un’inconsapevole visione. Nello sguardo di Lino Toffolo ha le fattezze di un volto lontano, eco di un antico legame con l’oriente, di un’irrealtà che custodisce eternamente il suo mistero e di cui il regista ci fa intravedere un lampo di poesia.
E se, come cantava Pindaro, l’uomo è il sogno di un'ombra, Venezia diventa il riflesso della sua luce.


Ottavia Da Re

Nuvole di vetro

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