Lo stagista inaspettato
 

Miami Vice

Around Miami Vice

“C’erano gli anni ‘80 che fluttuavano, talvolta annegando, nel glamour e nelle tinte al neon, ma bastarono un paio di ragazze in bikini nei titoli di testa a portare l’audience alle stelle...”
Così disse Michael Mann, produttore esecutivo della serie di allora.
Arriva il 2006, gli anni ‘80 se ne sono andati da un pezzo e Michael Mann, per chi non ha mai avuto una certa empatia per capirlo prima, ha “dismesso” l’etichetta di poco conosciuto-regista-produttore di culto diventando nella sua unicità un Mostro Sacro di Hollywood per portare sul grande schermo insieme al creatore della serie Tv Antony Yerkovich letteralmente i “Vizi (e le Virtù) di Miami”.
Le riprese, cominciate tra mille difficoltà, dovute all’uragano Kathrina portarono ad un mese di ritardi sulla tabella di marcia che includeva un 75% del girato con locations a Miami, (lasciatemelo dire…finalmente torna il mare), mentre per il restante 25 % in location Sud-Americane come l’Havana, Haiti e Montevideo.
La vicenda si distacca dalla serie tv e narra in chiave seria, sporca, dura, profonda, cruda e realistica le gesta di due agenti sotto copertura dediti a contrastare il traffico di droga che affligge la Florida; storia che mostrerà come Ricardo Tubbs (Jamie Foxx) e Sonny Crockett (Colin Farrell), una volta addentrati nella realtà sudamericana, potranno perdere i loro privilegi da poliziotti innescando anche risvolti drammatico-romantici, che ricordano i momenti più lirici de “L’ultimo dei mohicani” con immancabili sfumature alla "Heat".
Anche se Crockett & Tubbs viaggiano a bordo di una Ferrari F430 per poi concedersi una BMW Serie 6 Coupè M3, indossando costumi disegnati dal bravissimo designer Janti Yates (collaborò con Armani per “De-Lovely”) e portano occhiali Sama, Michael Mann esclude ogni volontà (e il rischio) di fare un versione “GQ” del film, almeno intenzionalmente, ma si aspetta che questa versione cinematografica, nel mostrare tra le altre cose, la mondanità notturna, sia in grado di catturare l’impulso sessuale di una città unica come Miami, cercando di conseguenza di ridefinire un trend modaiolo, come accadde per la serie televisiva di allora.
Se “Collateral” sperimentò l’uso del digitale che prese forma nelle MDP Viper Thomson Grass Valley, permettendo di ottenere ,a bassi livelli di luce,un realismo assoluto e una profondità di campo in notturna al di fuori di qualsiasi discorso logico possibile con la pellicola girando a 24 Fps con otturatore a 180 gradi, “Miami Vice” beneficia di questo indiretto esercizio di pre-produzione. Non a caso, come in “Collateral”, torna fresco di premio Oscar per “Memorie di una Geisha”, il bravo direttore della fotografia australiano Dion Beebe, tornano le Thomson grass Valley Viper; mentre la seconda unità vede Michael Waxman come primo assistente alla regia e conferma secondo direttore della fotografia, Jim Muro (“Crash”) ex steadicam operator coadiuvato dal bravo e onnipresente Duane Manwiller, quest’ultimo con mansioni di direttore fotografia di seconda unità, operatore steadicam & operatore b camera. Un gruppo che da anni insieme a Gusmano Cesaretti, co-produttore e consulente visivo, formano l’ossatura delle opere di Michael Mann.
Le Viper sono le uniche MDP che poste in modalità Filmstream (che significa: vedere e porre controllo dinamico immediatamente sulle riprese effettuate) non utilizzano nessun processazione interna dell’immagine, catturando la piena gamma cromatica della scena e consegnado così la massima qualità e risoluzione in post produzione.
Dion Beebe nelle camere Thomson Viper (opportunamente irrobustite e modificate) A e B utilizza lenti Carl Zeiss 6-24mm Digizoom concedendo qualche altra scena a lenti DigiPrimes,integrando a seconda delle necessità di ripresa altre mdp Digitali come Sony Cinealta F900 e T 950.
Regista e direttore della fotografia hanno ben focalizzato di non rinunciare mai alla sperimentazione della tecnologia e del know how disponibile, osando nella composizione delle inquadrature e nella tecnica. In questa maniera la scelta del HDTV questa volta viene fatta su tutta l’intera produzione del film, sia con riprese diurne che con quelle notturne.
Mentre in “Collateral” la luce ha una non direzionalità per un look soft, su "Miami Vice" si è deciso di fare un discorso di chiaroscuro: nella sequenza finale fu un vero problema mantenere l'illuminazione cercata sui protagonisti dato che erano in rapido movimento" afferma infatti, Dion Beebe.
In particolari evenienze solo quando il digitale è assolutamente impossibile da utilizzare la produzione si è affidata alla pellicola con Mdp ARRI 255s e 435s,su Kodak 500T 5529 e 50D 5201. Michael Mann adora utilizzare Frazier Lens per particolari primi piani, ma non utilizzando mdp Panavision, vengono utilizzate per ARRI lo speciale adattatore denominato T REX Superscope, un sistema di estensione lenticolare che lavora solo bene ad alti livelli di luce e che ci permette di fare un passo direttamente nello spazio visivo di un protagonista creando nell’audience un forte senso di “assistenza” e “apparteneza” a quella particolare scena; essendo in grado così restituire sensazioni e tensioni claustrofobiche quanto uniche. Sensazioni che vi verranno offerte in una sequenza iniziale in cui un calibro 50BMG Barret A2 più comunemente conosciuto come 12.7x99 mm, alta potenza di arresto, prediletto dagli Sniper, distrugge letteralmente una vettura ivi compresi i passeggeri. Se vi eravate divertiti vedere perforate da un M16 (Calibro 5.56x45mm Nato) delle auto della polizia in “Heat”, questa scena vi lascerà interdetti.
La colonna sonora che razionalizza musicalmente una grandissima idea e che si districa abilmente tra le maglie della pesante eredità degli anni ‘80, prende il nome di John Murphy (“28 Days Later”) e attinge a piene mani al “post rock” dei Mogwai che con il brano “Auto Rock”, tratto da Mr.Beast, danno ancora un esempio di quanto Mann si bravo nel trasformare un’idea in musica; senza dimenticare Moby, Blue Foundation (“Sweep”), King Britt e gli immancabili Audioslave (con la voce di Chris Cornell a fare da contrappunto melodico come già in “Collateral”).
Le premesse ci sono tutte, non a caso il budget schizzato a 135 milioni di dollari per i disastri di Kathrina parla da solo, un franchising che paga quello di "Miami Vice" (che vanta milioni di clienti) e regala con un incasso ad ora di quasi 160 milioni di dollari in tutto il mondo, un regista immenso che non ha bisogno di presentazioni e che da anni ci stupisce per i continui “quantum leap”.
Michael Mann questa volta va oltre ogni limite e nella sua fase di sperimentazione che ha nel digitale la sua più forte espressione visiva, non perde il suo marchio registico; anche qua si possono scorgere dei rimandi al passato, da “Thief” (quando Yero viene terminato da Tubbs/Jamie Foxx), all’addio di Isabella (Gong Li) a Sonny (Colin Farrell), occhi troppo simili a quelli della dispersione di Eva Cuza (Alberta Watson) de “La Fortezza”, o allo sguardo di Archangel de Jesus Montoya (un bravissimo Luis Tosar) che evoca in modo impressionante quello di Waingro di “Heat”.
Il regista ancora una volta sperimenta senza diventare ridondante o prevedibile e crea un grandissimo stile subliminale, che è implicito, serpeggiante, e mina la nostra attenzione per poi esplodere in seguito ai nostri passaggi di pensieri, scavando nella mente per sfumature e squarci allo stesso tempo, lampi di luci, azione e voragini di profonde ferite interiori. La sceneggiatura si trasforma così in una trama spesso fatale, i personaggi diventano “tipi” umani, spesso sovrastati da immani drammi che crescono e acquistano consapevolezza della loro esistenza su uno schermo che implode ed esplode a volte in modo spettacolare (sia chiaro, niente di più lontano dai “super cop” alla “Bad Boys”), nella cornice di un action movie teso, tagliente, imbrattato di thriller, e plumbeo come certi panorami reali e “artificiali” (straordinari i parallelismi con la Los Angeles di “Heat”), metallici e ormai marcatamente, ineluttabilmente “manniani”, che pur attraversando città diverse, passando da Los Angeles, a Miami, all’Havana di Cuba, disegnano gli stessi orizzonti dell’anima.
Un modo essenziale di riscrivere il genere, un modo incredibile di fare cinema che nella sua unicità risponde ad un nome: Michael Mann.


Fabio Pirovano

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