Lo stagista inaspettato
 

Cous Cous

Identità, integrazione, precariato, cibo e sensualità. Sono gli ingredienti di “Cous Cous” di Abdellatif Kechiche, film rivelazione alla Mostra del Cinema di Venezia del 2007.
La società è quella francese, in particolare quella franco-tunisina, mista, lontana dalla nostra eppure così vicina. In cui il disagio e il malessere contemporaneo non vengono messi in scena attraverso un cinema di critica o di denuncia esplicita. Come sottolinea il regista “spesso si commette l’errore di credere che è meglio difendere una causa denunciando, accusando o dimostrando… mentre a volte è sufficiente guardare ed amare coloro che rappresentiamo”. E spesso basta uno sguardo limpido, leggero eppure così acuto da esprimersi solo attraverso i personaggi e il loro “esistere”, per raccontare la realtà e la società in cui viviamo. Attraverso quello che il regista rivendica come “diritto alla banalità” che si lega al “diritto al romanzesco”, Abdellatif Kechiche racconta la storia del protagonista, Slimane e della sua famiglia. Ciò che colpisce di “Cous Cous” è proprio la sua capacità di descrivere con grande leggerezza e solarità, con uno sguardo contemplativo, un mondo vero, autentico. Un “mare” spesso ostile, imprevedibile e affascinante, contro cui il protagonista del film, come un pesce testardo, come il cefalo (“le mulet”) che richiama il titolo del film, lotta per non finire alla deriva e realizzare il suo sogno.
Così la macchina da presa di Kechiche filma il cibo e fa emergere la vita e le sue contraddizioni, accarezza una danza e svela la sensualità di un mondo seducente, popolare, chiacchierone, così reale nella sua carnalità, nella sua quotidianità, “vero” come una tavola imbandita di una domenica di tutti noi. E’ questo lo scenario brulicante di “umanità” che caratterizza il film, in cui spesso domina e veglia una figura femminile defilata per convenzione sociale e cultura ma protagonista assoluta (e motore) della sua evoluzione. Su questo spaccato di vita scorre uno sguardo familiare e panoramico allo stesso tempo, che nasce dai particolari e si moltiplica diramandosi in un mosaico di storie, passioni, diversità, diventando universale.
Da questa realtà e dalla sua ricchezza popolare, ordinaria e, quindi, straordinaria, tra “grano e muggine”, nasce “La graine et le mulet”, un film che sa di mare e di vita.


Ottavia Da Re

Cous Cous

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