Lo stagista inaspettato
 

La terza madre

Una Roma contemporanea è presa nella morsa della follia collaterale e di massa causate dal ritrovamento di un'antica tunica ed altri oggetti sacrificali appartenenti a Madre Lacrimarum, unica sopravvissuta delle Tre Madri.
A 30 anni da "Suspiria" (citata maggiormente) e "Inferno" con scorci urbani rubati alla sua amata Torino (produce Torino Film Commission), Dario Argento conclude da "inglorius bastard” la trilogia cominciata nel 1977, immergendosi in una vasca di putride banalità e generose gratuità "gore". Nel vano tentativo di omaggiare lo stile visivo di luce e colore di questo genere di film si sprecano non poche occasioni e, anche se, a favore della storia, si supera quel che si era visto ne “Il Cartaio” e “Non ho Sonno”, il pericolo di riciclarsi, regredendo, è vivo.
Non bastano infatti infiniti piani sequenza e steadycam su scalinate zeppe di vetri e detriti, di case abbandonate stile “profondo rosso”, non basta il fotogramma dell’occhio ceruleo che si apre nel buio o la solita mano assassina del nostro regista...il passato aveva una valenza diversa, con dettagli superiori, non solo fotograficamente (Luciano Tovoli Aic per "Suspiria" , Romano Albani Aic per "Inferno") ma anche musicalmente (Simonetti non è I. Goblin; "La terza Madre", che piaccia o no, non sarà mai "Suspira").
Visivamente resta degno di nota l’eccellente lavoro eseguito, girando in Super 35mm per lo più con riprese in esterni con stock unico Kodak 5218 Vision 500T e lenti Zeiss Ultra Primes, dal direttore della fotografia Fredric Fasano che tenta di ispirarsi alle precedenti due opere (con post in Technicolor), pur avendone chiare le differenze sostanziali, a cominciare dall’uso del Digital Intermediate (Laboratorio Cinecittà) in post-produzione, cosa che in passato veniva sostituita da processi fotochimici o, meglio, da lavori alle luci più selettivi e complessi durante la produzione.
Nonostante la pesante eredità, Fasano compie un eccelso lavoro soprattutto durante la sopraccitata scena notturna in casa “Lacrimarum”. Tra luci al sodio e vapori di mercurio crea tagli di ombre e riflessi di un realismo estremamente tangibile ma cade secondo me nel quadrilatero romano di Torino dove si potevano avere punti di vista e lenti migliori. Come migliore poteva esser il finale del film, veramente mediocre, che fa implodere l’intera vicenda pur cercando di approfondire anche in chiave storica il mistero delle tre sorelle streghe. Come detto, tutto implode come una torta mal riuscita. Inoltre è sconcertante che circa il 90% del film abbia inquadrature in cui non ci sia una scena con una disperata (artisticamente parlando) Asia Argento, probabilmente sempre più vittima di se stessa e delle sue scarse virtù, al punto che finzione e realtà si fondono senza un risultato nobile, propedeutico e congruo alla storia; anzi, tra una mediocre performance degli attori, compresi Ugo Krier (recuperato da "Suspiria") e la vera “Madre” Daria Nicolodi, ed una sciagurata sceneggiatura che, rispetto al passato, in cui venne scritta solo dal regista traendo spunto dallo scrittore britannico Thomas de Quincey, è stilata a 10 mani e zero teste (rubacchiando idee, spaventi e concetti visivi ai lavori dell’amico “Prince of Darkness” John Carpenter) talvolta si giunge all’ilarità al punto che vien da chiedersi: “Ma Argento si ricorda di come girò Suspiria, Inferno o Profondo Rosso?”
In quest’era di film “precotti” ,secondo me, no!

“In Silentium Lasciate Ogni speranza o voi che guardate”.


Fabio Pirovano

La terza madre

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