Lo stagista inaspettato
 

Minority Report

ACCADDE DOMANI

Nel 2054 non c'è posto per la scientifica e per le prove indiziarie.
In un futuro mai così prossimo la sicurezza dei cittadini è affidata al sistema, l'infallibile pre-crimine che in sei anni ha debellato l'omicidio dalla società. Grazie alle visioni dei "precog", tre sopravvissuti ad esperimenti genetici su neonati eroinomani, la polizia riesce di volta in volta attraverso un sofisticato sistema di trasmissione di immagini a prevedere delitti e ad arrestare il colpevole, fermando il futuro. John Anderton è a capo del sistema e crede nella sua perfezione. Quando un perfido ispettore di formazione teologica comincia a cercare "difetti", John Anderton si ritrova accusato dell'assassino di un uomo che non conosce. Credendosi vittima di un complotto Anderton fugge ("tutti scappano") ed il sistema verrà usato contro di lui innescando una caccia all'uomo a suon di ragni sensibilissimi e scannerizzazioni oculari. L'unica possibilità di salvezza per Anderton sta nel "rapporto di minoranza", quel margine di errore (contenuto nel precog più dotato) che potrebbe scagionarlo decretando il fallimento del sistema in cui ha sempre creduto ("il vero dilemma"). L'uomo non fugge dal proprio destino, ma gli corre incontro per affrontare anche il passato e chiudere le ferite sempre aperte della morte del proprio figlio.
Naturalmente nella società dell'immagine, nulla è veramente ciò che appare e il cattivo di turno, Danny Witwer (un sempre più bravo Colin Farrell) non è poi casì cattivo e che il nemico da combattere è un altro.
Steven Spielberg conduce un'intensa esplorazione dell'universo di dickiano, affondando la mdp nell'inquietudine e nel turbamento per un futuro mai così vicino, credibile e soffocante. Effetti speciali di prim'ordine non artificiosi e gratuiti diventano un'arma in mano al regista per amplificare, attraverso la loro carica tecnologica, la fragilità dell'indifesa esistenza umana. Fra ologrammi di commesse dalla memoria lunga e pubblicità che ti perseguita chiamandoti per nome, l'ultimo paravento della vecchia società, la privacy, va a farsi benedire e le vecchie impronte digitali lasciano il posto alle rilevazioni dell'orbita, costringendo il protagonista alla perdita degli occhi (e della visione). La famiglia diventa una raccolta di ologrammi con cui trastullarsi in piena solitudine, mentre una nuova droga sofisticata lenisce la disperazione di una non-esistenza. John Anderton, un Tom Cruise, sfigurato ancora una volta sulla scia di Vanilla Sky, è lo specchio del nostro futuro, l'occhio che esplora i timori di possibilità che sono alle nostre porte, innovazioni che desideriamo ma che non possiamo controllare. In un crescendo vorticoso di ritmo e colpi di scena (l'abbraccio improvviso del precog e il colpo a bruciapelo contro Danny Witwer...), il nostro si trova sempre più intrappolato fra passato e futuro, confuso da false verità e vere falsità.
Spielberg gestisce alla grande spazi e tempi della narrazione senza lasciare mai le corde della tensione e costringendo lo spettatore a seguire tra peripezie e soprassalti la sua analisi futuristica grazie anche ad un'ambientazione superba fra metropoli affollate e trafficate (in ogni dimensione...) e periferie squallide e silenziose illuminate torbidamente da Janusz Kaminski con una fotografia fumosa e metallica in tonalità freddissime. Un atteggiamento maturo, che lascia poco spazio ai sentimentalismi per concentrasi sulle inquietudini e sui pesanti interrogativi sul mondo che verrà, richiamando dilemmi e paradossi cari a René Clair in Accadde domani. Kubrick è dietro l'angolo e fra citazioni dirette (il dettaglio sull'occhio di Arancia meccanica) o velate (il rapporto uomo-macchina di 2001 Odissea nello spazio) diventa il referente principale per l'identificazione fra mdp, occhio e visione. L'ossessione dello sguardo, non più prerogativa dell'uomo, diventa persecuzione della macchina contro l'uomo. Un occhio che viene di volta in volta scannerizzato, tagliato, sostituito, fotografato, violato da allucinanti ragnetti spia (sicuramente la fantasia spielberghiana più terrorizzante). Un occhio che guarda oltre, che vede il futuro e da esso viene perseguitato. Le parole rivelazione della storia e del film sono del precog Agata (un'incredibile Samantha Morton) essere spaventato raggomitolato su se stesso in condizioni quasi fetali: "Sono stanca del futuro" è un monito all'uomo di fermare la propria enfatica corsa per non ritrovarsi in trappola nel suo stesso giochetto come Anderton. Ed infine:
"Tu puoi scegliere"...
Ecco il vero "bug" del sistema, il "difetto" cercato da Danny Witwer, l'errore umano.
Il vero fattore di minoranza non è altro che il caro vecchio "libero arbitrio", la rassicurante possibilità di scelta e di giudizio che permette a John Anderton di ritrovare la propria umanità, la coscienza di un futuro non scritto ma finalmente vissuto.
Giunto all'epilogo, Spielberg non resiste al lieto fine, nonostante il retrogusto amarognolo. Ma quella casetta fumante stagliata su un tramonto rosseggiante ce la poteva proprio risparmiare, evitando di cadere così nell'unico minority report di questo straordinario film.

Ottavia



MINORITY REVIEW

Un film pretenzioso sulla natura umana che alla fine confusamente si sgonfia.
Il romanzo di Dick liberamente interpretato da Spielberg s'infarcisce di riferimenti cinematografici; uno su tutti Vanilla Sky, con il regista Cameron Crowe in un breve cameo durante la scena della metropolitana in cui fissa John Anderton dopo aver appreso la notizia da un giornale online. Lo stesso Tom Cruise compare poi sfigurato, in un'altra scena, quasi a ricordarci i caratteri somatici stravolti dall'incidente di David Aames (protagonista di Vanilla Sky n.d.r).
Spielberg non manca di riferimenti al nazismo, un dottore oculista sembra una triste citazione alle crudeltà dei campi di sterminio, ricordandoci quanto la cecità può essere pericolosa,per poi giungere ad un finale 'nauseante' che ricorda Blade Runner.
Infarcito di griffe (Pepsi, Nokia, Lexus, ecc) in tutta questa modernità consumistica del 2054 Spielberg non riesce mai a staccarsi dal suo modo vecchio,ma sempre efficace, di fare cinema; comprese le obsolete ossessioni musicali affidate a John Williams, musiche che comunque qui non lasciano mai il segno e si limitano ad un semplice commento di routine.
Di gran lunga superiore l'aspetto visivo infatti ottima è la fotografia di Janus Kaminski(Saving Private Ryan) che ha girato in Panavision Super 35 con aspetto anamorfico 2.35:1, utilizzando primo lenses e pellicola Kodak EXR 200T 5293, Vison 500 T5279, Vision 800 T 5289 (esterni); Fuji Super F 500 T 8572.Tecnica Bleach Bypass sviluppata dalla Technicolor o di ritenzione dell'Argento, ma differente e più affidabile dell'ENR, per ottenere incredibili tinte pastello molto adatte alle situazioni narrative. Tecnica digitale CG molto ben utilizzata e illuminata in coerenza,su di tutti, i Ragni esploratori, vero e proprio esperimento riuscito. Resta comunque un apprezzabile sforzo ad un monito alla conservazione della libertà e della pace che dopo l'11 Settembre, lo cita lo stesso Spielberg, ha conferito a Cia e Fbi poteri incredibili.

Fabio Pirovano


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