Lo stagista inaspettato
 

Il Regno del Fuoco

Nelle viscere della terra si nasconde un enorme drago, ultimo esemplare di una specie responsabile dell'estinzione dei dinosauri, un mostro sputa-fuoco addormentato fra le rocce che si risveglia improvvisamente durante i lavori di un cantiere, durante i quali Quinn, un ragazzino impavido e curioso, mette le mani sulle sue zampone facendolo infuriare e innescando fuoco e fiamme che faranno cenere del mondo intero...
Con questo sbrigativo e poco originale incipit si apre Il Regno del Fuoco di Rob Bowman ultima trovata spettacolare per un film incapace anche solo di intrattenere. Passando per Blade Runner e Dragonheart, ma attingendo soprattutto da Waterworld e Jurassic Park e Godzilla, Il Regno del Fuoco si astiene da qualsiasi approfondimento o logica narrativa limitandosi agli effetti speciali e alla banalissima storia di Quinn (Christian Bale), che divenuto adulto, si ritrova profugo con pochi superstiti in un mondo di draghi fino a quando un ex marine dai modi rudi e grossolani (Matthew McConaughey) lo incoraggia a lottare e sconfiggere la specie nemica.
Rob Bowman se ne frega di qualsiasi riferimento alla tradizione, alla storia, alla fantasia che l'immagine del drago sprigiona fin dalla notte dei tempi in qualsiasi racconto o leggenda popolare per confezionare un mediocre film d'azione, senza la benché minima traccia di brividi, palpitazioni o emozioni, liquidando una delle immagini più forti dell'iconografia fantastica come un qualsiasi mostriciattolo sbucato da chissà dove per dominare il mondo. Troppo poco per un film fantastico/apocalittico, letteralmente buttato via da una sceneggiatura (Gregg Chabot, Kevin Peterka, Matt Greenberg) che, nonostante il fuoco, fa acqua da tutte le parti, resa ancor più insulsa da dialoghi idioti e battute ridicole messe in bocca a protagonisti senza spessore, come il fenomenale Van Zan (ban zai??), Mattew McConaughey, che mette da parte la faccia pulita e angelica (perché?) per trasformarsi in una specie di Vin Diesel con baffo alla Hulk Hogan, giubbetto-marine smanicato e tatuaggio da far invidia al Drago di Red Dragon. Con sguardo allucinato, passo da tamarro e sigaro in bocca diventa addirittura esilarante, così il compito di reggere la baracca tocca al povero Quinn, Christian Bale, del cui grande talento, capace di performance quali L'impero del sole di Steven Spielberg e American Psycho di Marry Harron rimane solo un pallido ricordo. Il resto se ne va in fumo, come Londra, fra spreco di CGI e draghi pipistrelli dalle ali bucate. Un "fuocherello" presto estinto come la visione di questo film, di cui ci rimane solo un po' di cenere da scrollarci di dosso assieme al pop corn uscendo dalla sala...


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Ottavia Da Re

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