Lo stagista inaspettato
 

Dogville

Da sempre Lars Von Trier ha abituato lo spettatore ad una visione del cinema profondamente diversa da quella tradizionale; e con Dogville percorre la stessa strada realizzando un'opera dal forte sapore sperimentale.
Via i muri, questa volta: l'impianto scenico e scenografico è ridotto all'osso. La cittadina di Dogville, teatro della vicenda, è interamente ricostruita su una piattaforma circondata ora dal buio ora da un'impalpabile evanescenza, e gli edifici non esistono; ne sono semplicemente tracciati a terra i confini. Persino gli orti e i cespugli, in Dogville, sono stilizzati in bianchi disegni sul suolo, e tutto ha un nome: le strade, le costruzioni, le panchine sono riconoscibili grazie a chiare scritte in stampatello, come su una mappa catastale.
Un'impostazione, questa, facilmente paragonabile a quella teatrale. Se non fosse che la mdp attraversa lo spazio in lungo e in largo, completamente libera.
Ma oltre ad essere cinema sperimentale, Dogville è un'analisi che svela la cattiveria e la violenza, un'indagine sulla spietata verità della natura umana; il paesino del titolo ne è prototipo. Una comunità dalla vita che sembra tranquilla, in cui, preceduta da alcuni spari nella notte, approda la splendida Grace (Nicole Kidman); apparentemente inseguita da gangster privi di scrupoli, la donna cerca rifugio nella cittadina. Dogville deciderà di accoglierla, ma col tempo i suoi abitanti inizieranno a pretendere troppo in cambio della protezione, infliggendole vessazioni di ogni genere. E quando, alla fine, la situazione arriverà a un punto di svolta, la vendetta di Grace sarà atroce.
Lo sguardo di Lars Von Trier è duro e immediato. L'eliminazione dei muri delle case non sembra casuale: il regista ha abbattuto anche quelli, per ritrarre gli istinti più bassi in modo diretto, come rimuovendo un'ostacolo all'operazione dello scandagliare. Non è assolutamente una visione filantropica, ma nemmeno antropologica in senso lato. Dietro Dogville sembra esserci l'occhio di un misantropo che allarga e deforma i difetti, distorcendone la vista. 'Dogville' è un crescendo di violenza - non solo esibita, anche psicologica - che porta all'accumulazione di un rancore che esploderà irrefrenabile nel finale, quando la luna sorge illuminando le case di Dogville e mostrandone a Grace i difetti che la metafora trasferisce sugli esseri umani. Forse salutare, certamente liberatorio.
Alla fine è lo stesso procedimento. La luce della luna permette a Grace di vedere chi davvero ha davanti; l'assenza di pareti fa lo stesso per il regista.
E, in chiusura, l'unico essere che ancora si muove è proprio un cane, il cui rabbioso abbaiare diventa allegoria dell'essenza di Dogville, degli istinti della sua gente; così come, nel lungo dialogo che precede la scena finale, afferma la stessa Grace paragonando i cittadini che l'hanno brutalmente umiliata ai cani, con i loro istinti e i loro bisogni. Per questo l'unico cane del paese, che per tutto il film è anch'esso disegnato in bianco come i perimetri degli edifici, nell'ultima inquadratura è sostituito da un animale in carne ed ossa, mediante una dissolvenza incrociata. Dopotutto, è proprio il cane (dog) l'animale che dà il nome a Dogville.
La suddivisione del film in capitoli non coglie impreparati: Von Trier l'aveva già usata ne Le onde del destino. Ma se lì erano siparietti kitsch, qui sono sobrie menzioni scritte fisse su sfondo nero; altro elemento di matrice teatrale, soprattutto in vista del fatto che le parti scritte non si limitano a fornire informazioni sul mondo diegetico della storia (il suo sviluppo narrativo), ma fanno anche allusioni al film stesso; l'ultimo capitolo, ad esempio, è quello in cui "il film finisce". Ma più che il teatro, la grossa pedana che ospita Dogville richiama il tabellone cartaceo di un gioco da tavolo, somiglianza, questa, accentuata dalle inquadrature zenitali che mostrano i personaggi come pedine. A sottolinearlo è la battuta "E' un gioco", fatta da Tom (Paul Bettany), inutile innamorato di Grace.
Per il resto, Von Trier narra in modo rigoroso e coerente. Nega tutto ciò che sta fuori dal paesino quadrato (l'unica scena che si svolge fuori Dogville è ripresa nel rimorchio coperto del camion in cui Grace viene violentata, mostrato in trasparenza dall'esterno), sviluppa la storia in modo organico e fa uso di strumenti tradizionali, quasi consuetudinari. C'è una voce fuori campo in Dogville, cattedratica e supponente; svolge la funzione di puntuale narratore, anche se spesso spiega ciò che non è necessario e diventa ridicola anzichè sarcastica quando fa ironia sulla violenza subita da Grace. Accompagnano il film motivi rinascimentali e barocchi la cui funziona narrativa, in un contesto simile, non è chiarissima.
Mutilato dai tagli (in Italia vediamo quaranta minuti in meno), Dogville s'interroga in materia di arroganza, di vendetta, di punizione. Il perdono è arroganza? E' arroganza perchè impedisce di dare al mondo la possibilità di migliorarsi, facendo sì che chi ha sbagliato non capisca i suoi errori? O l'arroganza è punire, sentirsi autorizzati a fare vendetta, mentre il perdono è clemenza? E' anche questo che si chiede Grace discutendo con suo padre, alla fine.
Giustappunto, la conclusione cui perviene è "Se c'è una città senza la quale il mondo starebbe meglio, quella è Dogville".
Una riflessione antiamericana? Difficile non chiederselo, visto che le persone che umiliano Grace con tanta durezza sono le stesse che il 4 luglio si riuniscono a tavola inneggiando "America America", e che i titoli di coda sono accompagnati da immagini-documento che proprio lusinghiere per gli USA non sono.
A compiere il vero prodigio è la superba prova di Nicole Kidman, che, affiancata da un cast di validi comprimari, regge il gioco impavida e fiera, circondando di allure glaciale la sua Grace in sguardi afflitti, allucinati, eppure pieni di profonda coscienza.


Alessandro Bizzotto

Dogville

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