Lo stagista inaspettato
 

Chicago

Le luci della ribalta sono puntate sulla silhouette di Velma Kelly. Lei solleva il capo fiero, schiude le labbra e inizia ballare e cantare "All That Jazz" con voce aggressiva e sensuale.
Dovrebbero essere in due sul palco, le sorelle Kelly, ma in scena c'è solo Velma, che attrae gli sguardi come un magnete. L'esecuzione di "All That Jazz" è di una forza trascinante, gli applausi scrosciano. E alla fine del numero fa irruzione una squadra di agenti di polizia.
Due occhi sono stati catturati dal folgorante inizio dell'esibizione: quelli Roxie Hart. E saranno proprio i suoi occhi a filtrare la narrazione di Chicago, assegnandole il taglio della sua prospettiva. Roxie vuole essere una star, vuole essere come Velma Kelly. Vuole il successo.
E paradossalmente lo trova in carcere, dove viene rinchiusa per l'omicidio del fedifrago amante che si è preso gioco dei suoi sogni di gloria. Il suo caso scatena l'interesse della stampa e catalizza l'attenzione di Billy Flynn, vanesio e cinico avvocato che accetta di occuparsi del suo caso. E poco importa che dietro le sbarre ritrovi la tanto ammirata Velma Kelly, rea d'aver ucciso sorella e marito colti in flagrante. Ora la stella è Roxie.
A cosa sarà disposta per conservare la fama?
Rutilante, saturo di colori e a tratti frenetico, Chicago apre le danze come un omaggio a Bob Fosse e al musical di Broadway, riducendo ai minimi termini i dialoghi per concedere il più possibile ai numeri musicali. Rob Marshall, nelle doppie vesti di regista e coreografo, li ha rivestiti di uno smalto glamour che molto deve alle atmosfere a cavallo fra gli anni '20 e '30.
Per questo il film non si pone ambizioni iconoclaste, non è un'opera innovativa, non va incontro allo spettatore. Si compiace delle sue forme perfette, senza modificare la struttura di fondo del musical, evitando di scardinarla per adattarla alle esigenze cinematografiche. In modo speculare, utilizza invece il grande schermo e le possibilità che la resa filmica offre per amplificarne la portata spettacolare, valicando i limiti del palcoscenico. Il musical rinasce intatto attraverso il cinema, ne trae forza conservandosi inalterato, passando indenne fra le mani dello sceneggiatore Bill Condon.
Per questo Chicago dà molto agli iniziati atti ad apprezzarlo in virtù della loro conoscenza di Broadway, può incantarli con la sequenza senza freni di ballo e canzoni. L'approccio risulta di contro ostico a chi non ha mai sviluppato una sensibilità particolare in materia, a chi non sa cogliere e amare la sottile vena noir, la spruzzata d'ironia e sarcasmo cui Marshall non ha rinunciato.
Ma a smussare gli spigoli c'è un cast ben amalgamato che si esibisce con grinta in apprezzabilissimi esercizi di danza e canto. In testa una spumeggiante Catherine Zeta-Jones, che dona al personaggio di Velma Kelly fascino pungente dal tocco spigoloso, a danzare e cantare con sorprendente energia nei numeri migliori del film, con in testa "All That Jazz" e "Nowadays/Hot Honey Rag". Se molto bravi sono anche Richard Gere e Renée Zellweger, vera protagonista della storia nei panni di Roxie, è quasi irritante la recitazione compiaciuta e gigiona di Queen Latifah nei panni della carceriera Matron Mama Morton, che beneficia però di uno dei motivi più accattivanti del film, "When You Are Good To Mama".
Sarà una lotta per la sopravvivenza, una corsa dal premio troppo ghiotto per lasciar spazio all'etica. Come un vortice che ci trascina e satura i nostri sensi. Perchè, per dirla con Goffman, la vita è un grande palcoscenico su cui dobbiamo costantemente esibirci; il capo orchestra che in Chicago annuncia tutte le esibizioni ce lo ricorda costantemente. E spesso lo show non ci lascia nemmeno il tempo per scegliere.


Alessandro Bizzotto

Chicago

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