Lo stagista inaspettato
 

Kill Bill - Volume 1

C'era una volta il West, dove Per un pugno di dollari o Per qualche dollaro in più, Il Buono, il Brutto e il Cattivo si combattevano a duello rivivendo La sfida del samurai
Oggi c'è il cinema di Quentin Tarantino.
Forse Tuco e Sentenza non ci sono più, ma il Biondo continua a vivere nelle sanguinarie gesta di un angelo sterminatore, "un angelo biondo con gli occhi azzurri", poco bounty, ma molto killer che vibra la spada come la pistola fumante di tanti western all'italiana, muovendosi sulle note di Morricone, con il furore di Bruce Lee, l'ironia di Clint Eastwood ("Sai perché sei viva? Per raccontare quello che hai visto" dice The Bride risparmiando una delle Vipere) e con lo spirito di antichi guerrieri samurai ("Questa spada è la migliore. Se nel tuo viaggio incontrerai Dio, egli verrà trafitto" rivela serafico Hattori Hanzo). Quegli stessi guerrieri che già negli anni '60 grazie alle opere del maestro Akira Kurosawa (autore nel 1961 di La sfida del Samurai) ispirarono il primo capitolo (Per un pugno di dollari) di quella grande epopea western spesso indicata con l'ingrata definizione di Spaghetti Western.
Tarantino ritorna alle origini del western e chiude il cerchio o, meglio lo riapre, lo allarga, spalancando la sua potenza visiva e il suo geniale sguardo cinefilo e varcando i confini dei generi, travolgendo, frantumando e scardinando stili, codici, punti di vista (con la solita sfasatura temporale presente in tutti i precedenti film), per ricomporre il tutto (nella mente dello spettatore) in un vorticoso, irresistibile, fantasmagorico sguardo onnisciente, di una potenza ubriacante, come una corsa forsennata in un cimitero deserto fra migliaia di croci tutte uguali, alla ricerca una tomba senza nome, ma sotto la quale si nasconde l'oro…
Il tesoro di Quentin Tarantino.
Proprio prendendo a modello Il Buono, il Brutto, il Cattivo, infatti, il regista sembra realizzare con "Kill Bill" quel movimento ubriacante che aveva suggellato, in uno dei più grandi finali della storia del cinema, il leggendario film di Sergio Leone.
Fin dall'incipit, infatti, con la suddivisione del film in capitoli e la "presentazione" dei personaggi, le analogie si rincorrono, si accavallano, trovandone di nuove per strada (lo stile televisivo e gli accenti musicali di telefilm degli anni '70 come Starsky e Hutch e "Ironside" da cui sono stati presi gli "stacchi" che marcano alcune inquadrature del film e l'omonimo pezzo di Quincy Jones; l'animazione grafica giapponese; le movenze stereotipate dei personaggi dei B-movie made in Italy), alle quali si allacciano per creare uno stile e un linguaggio nuovi, che non contemplano solo il piacere (o il godere!) cinefilo di riconoscere una citazione o di cogliere un riferimento disseminato fra mille, ma che raggiunge l'estasi di vedere, assaporare, gustare nuove possibilità di espressione che rinnovano le forme e creano cinema...
Con "Kill Bill", Tarantino raggiunge l'apice del processo di contaminazione, interferenza, assemblaggio che, dopo i primi film, è stato definito, forse riduttivamente ed esclusivamente, "Pulp", ma che in virtù del valore artistico raggiunto da quest'ultima opera, diventa a tutti gli effetti "Pulp Art".
Paroloni, i nostri, che forse non riescono ad esprimere la ricchezza dell'ultimo film di Tarantino, per descrivere la quale basterebbe la scena iniziale, in cui un respiro ansimante precede il primissimo piano in bianco e nero sul volto lacerato della "sposa dai capelli color grano", imbrattati di sangue mentre dall'inquadratura spunta la canna di una pistola che ha la voce suadente di una condanna senza processo. Un urlo strozzato, uno sparo e di nuovo il buio.
E sullo schermo nero..."Bang Bang", canta Nancy Sinatra, "My Baby Shot me Down", un vecchio successo di Sonny Bono e Cher, incisa anche dall'Equipe '84 e Dalida nel '66; un testo che riassume, in pratica, la sceneggiatura del film (bang bang, di colpo lei/bang bang, lei si voltò/ bang bang, di colpo lei/ bang bang, a terra mi gettò…).
Basterebbe davvero questo per spiegare la forza visiva, la cultura musicale e il genio cinefilo di Tarantino.
Ed è solo l'incipit di Kill Bill - Volume 1, la vendetta di The Bride, nome in codice Black Mamba.
Bocca sensuale, sguardo letale, incedere felino, l'angelica e diabolica sposa Uma Thurman dopo il risveglio dal coma e la rocambolesca fuga dall'ospedale (forse la parte più "pulp" del film) in un pickup giallo e rosa chiamato "The Pussy Wagon" (per alcuni un omaggio alla Pussy Galore di Goldfinger, ma non è da escludere una citazione da What's New Pussycat capolavoro kitch di Clive Donner del 1965) dà inizio alla sua missione portandoci alle radici del western, l'impietoso e sanguinario western, (che troverà la propria consacrazione in "Volume 2" negli scenari di El Paso, luogo della storica banca di Per qualche dollaro in più) dove uno sceriffo sputa saliva e battute nella miglior tradizione da saloon, la mdp inquadra gli occhi delle protagoniste (le "vipere" della Deadly Viper Assassination Squad) come quelli dei pistoleri e ogni incontro diventa un massacro che si conclude con un duello, bello e spietato come lo scontro "capitale" che vede opposte, a colpi di flamenco e katane, The Bride e la splendida, glaciale Lucy Liu/O-Ren Ishii, yakuza dalla lama facile (si veda l'incredibile capolavoro di montaggio di Sally Menke nella sequenza della decapitazione alla riunione del consiglio…) e anticipato da un'apoteosi di kung fu, in cui il furore di Uma nella tuta gialla di Bruce Lee (che l'attore indossò ne L'ultimo combattimento di Chen del 1978) fa strage di cuori e di membra, al culmine del secondo, affascinante, forse predominante "lato" della medaglia Kill BillKill Bill - Volume 1, quella orientale, che Tarantino costruisce sul canovaccio western, attraverso una celebrazione che va dal cinema made in Hong Kong di Sonny Chiba (già omaggiato nel sottovalutato Una vita la massimo di Tony Scott, sceneggiato dallo stesso Tarantino), nel ruolo del maestro Hattori Hanzo (il ninja protagonista della serie Shadow Warriors), fabbricatore di "katane sacre" in "acciaio giapponese", ai primi sceneggiati televisivi di Bruce Lee che, nel 1966 in Al Hirt the Green Hornet ("The Kato Show") assieme a Van Williams, combatteva con le stesse mascherine nere indossate dai killer dello spietato entourage di O-Ren Ishii, sceneggiato di cui Tarantino mutua anche il brano omonimo "The Green Hornet". Senza dimenticare che il ruolo di Bill, l'uomo invisibile (in questa prima parte), carnefice prima, aspirante vittima poi, della protagonista (guarda caso il suo nome è Bill, come Bill Carson, il "nome sulla tomba" cercato e conteso, fino allo scontro finale, da Il Buono, il Brutto, il Cattivo) è ricoperto da un attore-simbolo di arti marziali, David Corradine, protagonista negli anni '70 della serie Kung Fu...
Ma risalire il fiume "giallo" di "Kill Bill" diventa arduo quando ci avviciniamo alla foce della creatività di Tarantino e le citazioni diventano una fiumana di sfumature, e accenti che si ricompongono quando meno te l'aspetti.
Così sulle note di un carillon ("Ode to O-Ren Ishii" di RZA) memore della follia dell'Indio (l'indimenticabile Gian Maria Volonté) in Per qualche dollaro in più, puoi ritrovarti catapultato in una sequenza di animazione pura che racconta, seguendo la languida armonica de Il grande duello di Bacalov, l'infanzia truculenta della piccola sasukeO-Ren Ishii; un vero trionfo di "anime" e tecnica grafica giapponese, in cui sembra di poter scorgere lo stile asciutto e lineare di cartoon come Tigerman e Lupin III e le sadiche carneficine di Ken Shiro.
Non è un caso, quindi, che Kill Bill sia diviso in "volumi", invece che in parti o capitoli.
Perché veramente di "volume" si tratta, di un'opera "voluminosa", mastodontica per la densità e la complessità di riferimenti cinematografici che la caratterizza ma anche di un capolavoro musicale dotato della leggerezza e dell'immediata facilità con la quale si ascolta si ascolta un pezzo alzando il "volume" al massimo.
E la musica è una componente imprescindibile nel cinema di Tarantino, così come lo era nel western all'italiana da cui "Kill Bill" mutua le note di Ennio Morricone e di molti grandi compositori come Luis Bacalov ("Il grande duello", usato durante il flashback animato che racconta la morte del padre di O-Ren Ishii), Riz Ortolani, Armando Trovajoli, facendone base e canovaccio su cui innestare per le musicali che vanno dai brani di grandi maestri come Charles Bernstein ("White Lightning", rielaborata da RZA), Bernard Herrmann ("Twisted Nerve") alla migliore tradizione musicale western, passando per il flamenco (Don't let me be Misunderstood dei "Santa Esmeralda") e le melodie orientali dei yakuza movie di Kinji Fukasaku ("Battles Without Honor or Humanity" di Tomoyasu Hotei il bellissimo tema portante su cui è stato realizzato il trailer del film) per arrivare a sound originalissimi come "Woo Hoo" del trio punk giapponese The 5.6.7.8 (nel ruolo dell'improbabile band nella scena ambientata alla "House of Blue Leaves" di Tokio), o della band tedesca neo-lounge Neu ("Super 16"). Senza dimenticare il pezzo che forse rappresenta il capolavoro musicale di Kill Bill - Volume 1: quel "The Lonely Shepherd" che il flauto di Zamfir Gheorghe (già "pan-flute" per Morricone nelle musiche di C'era una volta in America) trasforma in un suggestivo inno alla solitaria missione di The Bride e allo stesso splendido film.
Una raccolta di brani davvero unica e incomparabile coordinata e sublimata dai particolarissimi brani di RZA (come "Banister Fight") già produttore di diversi album del gruppo Wu-Tang Clan e di molti artisti di hip-hop duro ed estremo, nonché autore della bellissima colonna sonora di Ghost Dog - Il codice del Samurai di Jim Jarmush.
Una musica che non accompagna semplicemente la visione cinematografica, ma sprigiona una sinfonia visiva potentissima, delirante e sconvolgente, esaltata dalla fotografia di Robert Richardson (L'uomo che sussurrava ai cavalli; Sesso e potere; Natural Born Killers) che dà una grossa mano a Tarantino nel convogliare la luce e il colore in una densità che rende certe immagini al limite dello splatter ma di una bellezza indefinibile.
Di fronte all'incommensurabile, non resta che concludere, nella consapevolezza di non aver detto abbastanza e di aver detto troppo, forse nel tentativo di ingannare l'attesa, già trepidante, che accompagnerà l'uscita di "Kill Bill - Volume 2" e cercare di far fronte ad un'inevitabile e imminente crisi d'astinenza da genio e sregolatezza.
Ma se la pazienza è virtù dei forti, come annuncia il saggio Tarantino nella massima d'apertura di Kill Bill - Volume 1:
La vendetta è un pasto che va consumato freddo…

Ottavia (con la collaborazione di Fabio Pirovano)


Kill Bill - Volume 1

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