Lo stagista inaspettato
 

PINOCCHIO

Lirica di "un pezzo di legno sanza governo"

Scintillante e magica la carrozza argentata della Fata Turchina trainata da centinaia di topolini guida per mano lo spettatore nel fantastico mondo della fiaba, dove una farfallina birichina sfiorando un carretto di legname dà vita ad un "pezzo di legno" che comincia a carambolare come una scheggia impazzita per le vie del paesello seminando scompiglio a destra e a manca, fino a bussare alla porta di mastro Geppetto...
Con questo esilarante numero acrobatico (unica importante licenza rispetto alla storia originale), che verrà ripetuto pari pari dal burattino poco dopo, messo il naso fuori dalla casetta con esiti altrettanto disastrosi e comici, inizia l'avventura del burattino più famoso e meno conosciuto dai più, la fiaba di tutte le fiabe, ormai da tempo spodestata dal campionario delle letture infantili da racconti più rassicuranti, frutto di cartoni televisivi e suggestioni disneyane. Non era facile portare sul grande schermo una fiaba apparentemente nota, già magnificamente raccontata da Comencini nella sua versione televisiva del, e "dolcificata" dal cartone della Disney.
Roberto Benigni è riuscito nel progetto più ambizioso della sua carriera e lo ha fatto spogliandosi della dissacrante comicità televisiva, riportandoci indietro (e allo stesso tempo avanti) nel tempo (come dice Medoro nel prologo, "il tempo non esiste"), ai libri di "cartapecora" e al mondo magico della fiaba, alla riscoperta del capolavoro di Collodi che, al contrario di quanto si dica, in realtà pochi conoscono nella sua struttura originaria. Attraverso il capillare lavoro di scrittura del fedele Vincenzo Cerami, il regista toscano è riuscito a riunire, concentrandoli, tutti gli elementi della favola, con poche originali variazioni, dando corpo alla fantasia, alla poesia e a tradizioni ormai lontane.
Non andate a vederlo, se vi aspettate una serata sguaiatamente ridanciana.
Non potreste apprezzare la bellezza e la poesia di un mondo magico, profondamente lirico in cui lasciarsi guidare dalla fantasia, dall'immensità di suggestioni che vanno dal Gran Teatro dei Burattini al Paese dei Balocchi, al Circo dei somari, passando per il Campo dei Miracoli nel Paese dei Barbagianni fra le miracolose scenografie di Danilo Donati, a cui il film è dedicato.
Pinocchio è la summa di tutte le favole, una lezione di vita da tempo dimenticata, un omaggio alla storia, alla tradizione, e alla lingua italiana, un "Abbecedario" a cui Benigni si accosta con grande umiltà, mettendo se stesso a servizio della narrazione, "diventando" Pinocchio, un Pinocchio che cita Benigni e che si appropria delle sue espressioni, del suo candore e del piccolo diavolo nascosto tra le sue espressioni e la sua irrefrenabile fisicità. Eccolo il "Pinocchietto" di Fellini, il sogno del grande maestro realizzato da colui che doveva esserne il protagonista per definizione, e ne è diventato l'ambasciatore, almeno quanto Spielbergh lo è stato di Kubrick, girando il suo "Pinocchio futurista" A.I.
Altro che mera e noiosa trascrizione letterale della fiaba. Pur rispettando e citando più volte Collodi ("Punto paura!" "Mi fai il pizzicorino!", "Mi garba"), quella "birba matricolata" di Benigni eleva il racconto di Collodi a cultura nazionale, facendoci riscoprire quant'è bello lasciar la mente viaggiare, correre come Pinocchio fra boschi incantati e pianure dal respiro epico alla scoperta del mondo.

Questo Pinocchio è un'orchestra di talenti, ha il sapore di una pièce teatrale dove ogni personaggio è una performance da applauso, una parte di mondo in miniatura, una carellata di umanità. Il Gatto e la Volpe di Max Cavallari e Bruno Arena sono semplicemente strepitosi, con il Gatto a ripetere le sillabe finali in una gag esilarante che, per un attimo, crediamo un meccanismo di comicità dei Fichi d'India, ma che in realtà è opera di Collodi, e questa, è la magia di Benigni. Come il terribile "Mangiafoco", Franco Javarone, temibile gigante che si commuove fino allo starnuto o il ribelle Lucignolo, ingordo di lecca-lecca al mandarino, sottilmente interpretato da un superbo Kim Rossi Stuart "Anima grande", come lo chiama Pinocchio, triste simbolo della deviazione e della corruzione. E poi l'immensoBabbo Geppetto, Carlo Giuffré, parrucca color "polendina" e occhi pieni d'amore. E ancora, il Grillo Parlante di Peppe Barra, petulante coscienza del burattino, "grillaccio del malauguriaccio" attore di grande mestiere e teatro, almeno quanto il Giudice Gorilla di Corrado Pani, e il padrone del circo di Alessandro Bergonzoni, camei brevi ma incisivi.
A dirigerli, Pinocchio e la sua Fata/Musa Nicoletta Braschi, un perfetto e metaforico idillio.

Questo Pinocchio è un'opera d'arte, fra il passato di scenografie e costumi fiabeschi (con i due carabinieri che sembrano sbucati dall'omonimo fumetto di Jacovitti), opera di Danilo Donati, da far invidia al "Il Signore degli Anelli", e un futuro di effetti speciali digitali portato in palmo di mano come la farfalla della Fata Turchina, mai invadenti, mai artificiosi, che danno vita al capolavoro iniziale del pezzo di legno e fanno schizzare via il Grillo Parlante senza mai rasentare la finzione, rendendo grande Mangiafuoco e l'intero film. A suggellare questo capolavoro di arte ed artigianato, la musica di Nicola Piovani, malinconica e struggente come mai, sulle cui note suadenti trionfano le luci e i colori della fotografia di Dante Spinotti, autentica poesia delle immagini, una comunione che porta alla massima espressione tutta la forza lirica del film. Una potenza visiva impressionante e commovente che si fa afflato poetico, che nelle panoramiche e nella profondità dell'uso dei blu, acquista un respiro universale.

Questo Roberto Benigni, fino a ieri, veniva rimproverato di non saper andare oltre il comico, la maschera, se stesso. E oggi gli si rimprovera di non far ridere, di non essere abbastanza Benigni per piacere veramente. Poveri critici dell'italietta, botte e spintoni nel Gran Premio Italiano della Stroncatura, per poi ritrovarsi a non saper dire un "ABC". Come il Gatto e la Volpe (sempre attuali, dunque), i grandi intellettuali di casa nostra, pensavano di avere a che fare con un Pinocchio qualunque ("buon pro vi faccia!"), ma dietro al burattino senza fili si nasconde il genio di Roberto Benigni, quell'ombra saltellante che nel finale del film, scivola via piano piano lungo il muro delle nostre emozioni, lasciandoci un bambino vero...
il suo vero capolavoro.


"...Io sono stato legno sanza vela e sanza governo, portato a diversi porti e foci e liti dal vento secco che vapora la dolorosa povertade".

Roberto Benigni, citazione da Dante, Convivio (Trattato I, Capitolo III).


"...Nulla si sa,
tutto si immagina".

Danilo Donati, citazione da un verso di Giacomo Leopardi.


Ottavia Da Re

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