Lo stagista inaspettato
 

Il risolutore

Dopo un film dal fortissimo impatto visivo e dall'ottima qualità tecnica come Traffic, qualunque pellicola che tratti il tema della lotta delle squadre antidroga contro i cartelli messicani non può sottrarsi ad un confronto dall'esito pressoché scontato. E' il caso de Il risolutore, terzo lungometraggio del regista F. Gary Gray, fra pochissimo sui nostri schermi anche con The Italian Job, che qui si cimenta con un massiccio film d'azione quasi esclusivamente incentrato sulla rude fisicità del protagonista Vin Diesel, a metà strada fra Stallone e Schwarzenegger dei tempi migliori.
"Il risolutore" vuole essere un film duro e aspro, proprio come il mondo di cui tratta, ma in realtà oscilla, in più di una sequenza, tra il déjà vù e l'ironia involontaria, dovuta in parte ad una concreta mancanza d'originalità e fantasia ed in parte alla sceneggiatura a cura di Gudegast e Scheuring, che non riesce a dar vita a personaggi credibili fino in fondo, che non indaga mai più di tanto nella psiche e nell'anima degli stessi. A dire il vero, la pellicola presenterebbe più di uno spunto d'approfondimento in questo senso, come ad esempio il rapporto di amicizia e di complicità fra gli agenti della DEA Sean Vetter (Vin Diesel) e Demetrius Hicks (Laurenz Tate), amici praticamente da sempre, prima per le strade losangeline al limite della legalità ed in seguito fianco a fianco nel difficile mestiere dell'agente antidroga che affronta faccia a faccia i signori della droga messicani, riuscendo anche a farne saltare in loschi piani criminali. Ma, come si evince chiaramente dal titolo, la dimensione che gli autori de Il risolutore hanno scelto di affrontare è quella dell'eroe in solitario, colpito in profondità negli affetti e deciso a farsi giustizia da sé, anche a costo di lasciar da parte, per un certo periodo, il distintivo nel quale crede più di qualunque cosa. Non è un plot di smodata originalità, in effetti, ma avrebbe anche potuto funzionare se a capo del progetto ci fosse stato qualcuno con maggior esperienza, poiché orientarsi nel limbo delle zone di confine fra bene e male, fra legalità ed illegalità, fra giustizia e vendetta, fra eroismo e negazione di valore, non è cosa di facile riuscita per un regista che proviene dal mondo dei videoclip musicali. Credo che sia soprattutto questo il maggior obiettivo mancato da parte di questo film, che non riesce quasi mai a raggiungere momenti di verosimile drammaticità, né ad elevarsi al di sopra dell'adrenalinico action movie dove a dettare il ritmo della vicenda sono soltanto le pallottole.
Per quanto riguarda le assonanze con precedenti pellicole, è sinceramente arduo riuscire a stabilire la linea di demarcazione fra l'imitazione e l'omaggio; casi specifici possono essere i bei titoli di testa, che ricordano sfacciatamente il sopraccitato capolavoro di Soderberg, ma anche le perlustrazioni dei due agenti che sconfinano nelle vie e nelle abitazioni utilizzate, peraltro con maggior efficacia, in Training Day. Infine, il fatto che Scarface fosse il film preferito dal regista è fin troppo evidente negli improbabili tentativi di tributo/emulazione, a partire dalla presenza dell'attore Geno Silva, che qui interpreta il boss della droga Lucero, che aveva addirittura preso parte a quel film straordinario.
Probabilmente agli appassionati del genere non apparirà tanto male, grazie soprattutto alla fotografia davvero molto curata di J.N. Green, che contribuisce in modo sostanziale a creare le atmosfere buie, cupe e di suspance del film. Nonostante tutto, però, bisogna ammettere che Vin Diesel sullo schermo funziona, e parecchio, se non altro perché ha la notevolissima capacità di riempire, da solo, ogni singola inquadratura che lo coinvolga, anche se spesso ciò si verifica più per ragioni di massa muscolare che non di reale carisma d'interpretazione…
Da segnalare, però, a mio parere, un personaggio davvero fresco e divertente, l'unico forse a non prendersi tanto sul serio, uno spacciatore che nasconde la sua attività dietro un superelegante salone di bellezza. Compare poco ed esce di scena abbastanza in fretta, ma tra Porsche Carrera argento, completo celeste ipertrendy di noto stilista italiano, con tanto di mocassini in tinta, e parlantina sciolta, Hollywood Jack è davvero una boccata d'aria nel clima cupo ed un po' noioso de Il risolutore.


Marta Ravasio

Il risolutore

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