Lo stagista inaspettato
 

Il genio della truffa

"Penso che Matchstick Men - Il genio della Truffa sia un film onesto che parla di gente disonesta. Artisti della truffa, bari, un racconto comico esuberante sulle personalità e sulle loro deviazioni."
Con queste parole il regista Ridley Scott descrive il suo ultimo lavoro, una pellicola davvero bella ed interessante che lascia un po' stupiti per la rottura che essa attua con le ultime opere-kolossal del regista inglese de Il gladiatore, Hannibal o Blake Hawke Down. Il Genio della Truffa, infatti, è un film sul furto e la truffa che s'allontana molto da precedenti sfavillanti e iperglamour come Ocean's Eleven e che si avvale davvero poco di strabilianti ricostruzioni scenografiche o di impressionati effetti speciali, questi ultimi, in particolare, si possono ridurre a tre parole: Cage, Rockwell e Lohman. E' senz'ombra di dubbio l'affiatatissimo ed azzeccatissimo cast, infatti, a rendere il film un prodotto assolutamente piacevole e degno d'essere visto.
Nel fantastico trio, spicca un Nicolas Cage brillante e convincente nella parte del protagonista, Roy, un uomo singolare, truffatore di professione, dalla salute minata da numerose manie, tic nervosi ed attacchi di agorafobia, dalla vita sociale praticamente nulla che d'improvviso si scopre padre e cerca di riorganizzare la propria esistenza in funzione di ciò. Con questo ruolo, Cage aggiunge un altro personaggio bizzarro al suo curriculum, dopo Il ladro di orchidee ed in questo è bravissimo a non apparire (quasi) mai sopra le righe, mai esagerato o forzato nella recitazione, riuscendo, anzi, ad essere davvero credibile oltre che freneticamente e nevroticamente divertente.
Nonostante l'indubbia bravura e presenza scenica di Nicolas Cage, in più di un'occasione, la scena è rubata dall'esilarante ed incontenibile Sam Rockwell, ahimè relegato in un ruolo sfacciatamente secondario, anche se, forse, lo è solo in apparenza…
Dotato di un carisma, di una simpatia ed una naturalezza davvero uniche Rockwell interpreta Frank, il compagno in affari di Roy, un po' spavaldo ed un po' giocherellone, che impara, probabilmente fin troppo bene, il mestiere del suo mentore, del quale, spesso, prende in giro i deliranti comportamenti antisociali.
Unica presenza femminile, l'esilissima Alison Lohman ad una prova veramente buona, dove, di certo aiutata dal fisico minuto ed acerbo, impersona la figlia quattordicenne di Roy che dal nulla arriva a sconvolgergli la vita con la sua voglia di fare e le sue caotiche abitudini da teenager iperattiva. In particolare va sottolineata l'ottima alchimia che padre e figlia riescono ad instaurare fra loro, conferendo energia e verosimiglianza non solo alle singole scene, ma anche e soprattutto alla loro relazione, che diventa a mano a mano centrale nella storia. Inoltre, c'è anche una soddisfazione dal punto di vista emotivo data dal senso di scoperta che pervade i due personaggi, dal momento che ognuno dei due realizza pian piano che l'altro riesce a colmare dei bisogni o dei vuoti che neppure sapevano di avere. E' affascinante notare non soltanto le ripercussioni che questo rapporto avrà sulla vita e sull'equilibrio di Roy, ma anche evidenziare come questo, in effetti, sia un film nel film stesso. Matchstick Man, infatti, sono due storie brillantemente unite insieme, ognuno delle quali arricchisce l'altra . La prima si focalizza sul personaggio di Nicolas Cage, i suoi problemi psicologici, o suoi dubbi circa la sua professione e, soprattutto, il suo rapporto con Angela, nonché la repentinità con la quale lei entra nella sua vita apre un mondo di possibilità che lui non aveva mai neppure preso in considerazione. La seconda si concentra, invece, sulle truffe di Roy e Frank, che seppur non originalissime, sono comunque in grado di coinvolgere lo spettatore ed incuriosirlo per vedere fin dove si spinge il gioco, riuscendo spesso, grazie a dialoghi brillanti, pungenti ed astutamente ironici a suscitare belle risate.
Molto ben recitato anche dal resto del cast, come Bruce McGill, che interpreta il personaggio più cattivo, irascibile ed antipatico del film, o Bruce Altman, subdolamente divertente nei panni dello psichiatra che cerca di curare Roy, Il Genio della Truffa è valorizzato anche dal sapiente lavoro di fotografia di John Mathieson, impeccabile nel cogliere i dettagli e nel sottolineare la diversità di percezione che Roy, maniaco-compulsivo com'è, ha degli ambienti aperti rispetto a quelli chiusi. Basti pensare all'attenzione con cui cattura nell'inquadratura il pulviscolo che danzando s'insinua insieme ad un innocuo raggio di sole attraverso lo spiraglio di una finestra lasciata appena scostata.
In conclusione, l'aspetto davvero interessante di questo film, fra i cui produttori compare tra l'altro anche Robert Zemeckis, è il fatto che la storia non vuole limitarsi ad essere un'analisi della mente di un criminale in crisi o del suo modo di agire, ma piuttosto lo studio di un personaggio a livello umano: quello che conta non è più la professione che il protagonista svolge in quanto tale, quanto la sua condizione di uomo che, posto di fronte a domande per lui nuove, non sa che rispondere, un uomo che ha paura del cambiamento ma soprattutto ha paura degli altri e delle relazioni con essi.


Marta Ravasio

Il genio della truffa

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