Lo stagista inaspettato
 

Master and Commander: Sfida ai confini del mare

Spiegate le vele e puntate i cannoni. Al comando della nave Surprise "Jack il fortunato", capitano senza macchia e senza paura, guida il proprio equipaggio per sottrarre la marina britannica dalla minaccia di Napoleone che si materializza fra le nebbie minacciose di acque lontane in una spettrale e minacciosa "fregata". Tutti gli uomini sono chiamati sul ponte a combattere come nella più estenuante delle guerre per difendere il proprio vascello. Perché, sebbene ai confini dei mari, quella è la loro patria. Quella è la loro Inghilterra...
Parole del capitano Jack Aubrey/Russel Crowe, impavido gladiatore dei mari, spietato stratega, comandante rispettato che tenterà di inseguire quel nemico fantasma e irraggiungibile che batte bandiera francese e rischia di sbilanciare e compromettere gli equilibri disegnati sulle mappe del potere e solcati dalla prua di agili velieri. Una sfida impari ma da vincere ad ogni costo.
Master and Commander è tutto questo e molto di più. Il film si apre con uno straordinario affresco sulla marina e sui combattimenti navali che dominavano la scena militare alla fine dell'ottocento dando una lezione di ricostruzione storica della pratica navale, della vita sui ponti di comando e sottocoperta, di combattenti assoldati per combattere, conquistare e sopravvivere.
Uno scenario straordinario in cui dominano il realismo e la scrupolosa attenzione per il dettaglio (dallo scandaglio alla misura dei "nodi", alla clessidra che scandisce il tempo) con cui Peter Weir svela allo spettatore un mondo di grandissima suggestione, riscoperto e valorizzato nelle sue consuetudini, nelle sue rigide gerarchie (che viene rispettata già in tenera età), ma anche attraverso uno straordinario apparato scenografico (merito di William Sandell che vanta già l'esperienza formativa di La tempesta perfetta) capace di testimoniare ogni particolare della vita in mare, dalla lotta spietata contro le vele durante le tempeste (si veda la cura dei movimenti del vascello) all'iter della preparazione delle batterie di cannoni, fino alla prassi della "cucitura" dei sacchi nei quali vengono risposti i morti.
Soprattutto nella prima parte del film, il regista sembra mettersi al servizio della veridicità, dell'autenticità per dare allo spettatore una straordinaria sensazione di coinvolgimento e partecipazione, per portarlo sul ponte di comando a lottare con "Jack Il fortunato" o nel ventre claustrofobico della nave a preparare le batterie a tempo di record con tutta la ciurma.
Magistrale, in questo senso, la messa in scena della cannonata che apre il film e le ostilità, che attraverso il montaggio impeccabile di Lee Smith (già montatore per molti film di Weir e di Jane Campion) con le cannonate che fischiano nell'aria crepitando tra gli alberi le vele mentre il rinculo dei colpi travolge i marinai e scuote gli spettatori. Spettacolare ouverture che anticipa le successive battaglie e altre sequenze suggestive come la strategica virata in notturna architettata da Jack Aubrey per sfuggire alla fregata e porsi al suo inseguimento.
Non si erano mai viste al cinema delle battaglie navali così realistiche, con scenari che testimoniano una fotografia di grande complessità e di straordinari effetti che Russel Boyd (Picnic a Hanging Rock e Gli anni spezzati dello stesso Weir) realizza soprattutto nella difficile illuminazione delle stive e degli alloggi della nave (con le sole lanterne oscillanti e qualche candela) e nelle sequenze dei combattimenti notturni con le cannonate a squarciare le tenebre dell'oceano.
Basterebbe questo a giustificare le lodi nei confronti di questo film.
Ma Master and Commander non è solo un monumentale film d'azione di avventura.
Fra le onde e le mareggiate, quella che solca i mari non è solo una nave in guerra, ma è fondamentalmente un crogiuolo di umanità. E Peter Weir, dopo aver assicurato le cime e ammainato le vele del suo vascello, getta l'ancora e abbandona il timone per fermarsi e riflettere, per raccontare "l'uomo".
Quello a lui caro ne L'attimo fuggente ma soprattutto ne Gli anni spezzati (in cui ritroviamo la stessa capacità di rievocare un'epoca attraverso l'occhio dei protagonisti ) ma ritratto qui con una visione più complessa e sempre più lucida (si veda lo spietato e acuto The Truman Show), che testimoniando una maturità e una saggezza stupefacenti.
Un'umanità che si esplica di sguardo in sguardo, dal mozzo al carpentiere, dal baleniere al marinaio scelto, fino ad arrivare al capitano Jack Aubrey (Russell Crowe) e al suo alter ego, il dottor Stephen Maturin (Paul Bettany).
Fin dall'inizio, infatti, il film compie una progressiva "virata" verso l'analisi introspettiva, l'approfondimento della natura umana, la descrizione della sua essenza.
Una rappresentazione che si realizza attraverso un'eterogenea descrizione di "tipi", ma che si concentra sui due protagonisti. L'eroico coraggioso, rude, impavido comandante e il raffinato, modesto e dimesso chirurgo. Due prospettive, due modi di vedere il mondo. Il primo sotto la lente del potere, il secondo sotto quella della natura. Due sguardi, che si scontrano e opponendosi si rivelano l'uno complementare all'altro, capaci di arricchirsi intonando insieme la stessa melodia come un violino e un violoncello (ripresi nella raffinata colonna sonora cui fanno da contrappunto arie di Bach di Mozart) che i due intonano all'unisono fra occhiate di sfida e sguardi di complice intesa.
Ad interpretarli due attori che, come gli uomini che portano in scena, non potrebbero essere più diversi, ma che proprio virtù di questa differenza trovano un'alchimia straordinaria (non a caso sono stati insieme anche in A beautiful Mind).
Il rude, carismatico, irruente, valoroso Russell Crowe, (ma non ci stancheremo mai di ricordare come sia capace di metamorfosi incredibili, come nella mostruosa performance di The Insider) capace ancora una volta di una straordinaria prova di carattere e personalità, (al momento è l'unico interprete in grado di evocare le gesta di grandi avventurieri come Burt Lancaster o Charlton Heston) e il raffinato, elegantissimo, acuto Paul Bettany, bravissimo nel conferire al proprio personaggio, con intensità e sottile introspezione, lo stupore e l'incanto dell'uomo di scienza, commosso e vibrante di emozioni di fronte allo spettacolo della vita. Due uomini pronti a darsi battaglia ma accomunati, sia pure in modo diverso, dalla forza e dalla passione per i propri ideali, i propri, a volte spietati (si veda il sacrificio di un mozzo per salvare la nave dalla tempesta), principi in nome dei quali lottare con sangue freddo ma anche con prudenza e astuzia, imparando l'uno dall'altro ed uscirne finalmente vincitori.
E' per scandagliare gli oscuri fondali della coscienza, dell'interiorità della complessità dell'animo umano che Master and Commander lascia quindi il porto sicuro del film d'azione e d'avventura, esplorando lidi sconosciuti, ma anche terre incontaminate (come le Galapoagos) dove metterne in scena senza filtri o false ipocrisie, il coraggio, la gloria ma anche le debolezze (si veda il suicidio dell'ufficiale incapace di farsi rispettare), la mediocrità e la deleteria superstizione ("la ciurma può sopportare tutto ma non un altro Jona", dice il capitano) della natura e dell'agire umano che questo film suggella in un affresco monumentale e universale.


Ottavia Da Re

Master and Commander: Sfida ai confini del mare

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