Lo stagista inaspettato
 

Lost in Translation - L'amore tradotto

"Per capire se stesso l'uomo ha bisogno di essere capito dall'altro. Per essere capito dall'altro ha bisogno di capire l'altro."
(T. HORA, psicoterapeuta Usa - 1959 - in P. WATZLAWICK, Pragmatica della comunicazione umana, Astrolabio, p. 29)

Può l'incontro farsi compagnia e amicizia e contenere l'entusiasmo, la tenerezza e l'intimità? Può oppure è destinato a smarrirsi, perdersi, non avere significato in questo passaggio, in questa traduzione (lost in translation)? E' l'interrogativo posto da questo secondo film di Sofia Coppola, figlia del grande Francis Ford (che ne è produttore esecutivo). E' un film che porta la giovane regista (32 anni) a osare il volo libero su un tema promettente: la relazione interpersonale. A cimentarsi, esporsi ed esprimersi con un solo obiettivo: la realtà, la verità. O meglio la ricerca della verità. Senza badare a piacere e forse con una storia un po' scarna. Una ricerca che merita e piace, perché di finzioni siamo stanchi. L'incontro - relazione poi è il tema principe (sta al primo posto) per l'essere che guarda al futuro su questo affollato, inquinato e meraviglioso pianeta.
Il film dunque descrive lo stato dei rapporti, di coppia in primo piano e di lavoro in secondo piano. Ne evidenzia contraddizioni e limiti. Ed esplora oltre il tradizionale.
Lui, Bob ("sposato da 25 secoli"), è un attore americano di successo, a Tokio per girare uno spot pubblicitario. Lei, Charlotte, giovane moglie di un fotografo totalmente preso dalla macchina, passa le giornate in attesa del marito. L'incontro è casuale, nel bar dell'albergo. Li unisce l'insonnia e la noia. Li divide l'età e la speranza (lei crede che troverà la sua strada, lui è catturato dal suo ruolo e spento). Parlano, si fanno compagnia.
Insieme vivono la Tokio notturna. E Tokio è davvero il simbolo delle nostre città, radicate, frenetiche, martellanti. Di giorno e di notte, tutto è all'eccesso (il film lo evidenzia con pennellate sicure e precise): dai rituali di cortesia che si rifanno ad antiche tradizioni, ai ritmi di lavoro, agli stimoli sensoriali. Il risultato? L'isolamento e la solitudine della persona. Un isolamento necessario per non impazzire. Una solitudine che è anticamera della depressione per entrambi i protagonisti e che si consuma in lunghi silenzi.
No. Nel film non c'è "il piacere della tristezza", come ho letto. C'è piuttosto vulnerabilità, coscienza e spaesamento, un impasto di ricordi, emozioni e timori per il futuro. Perché lo affrontiamo con idee e rapporti inadeguati. E' così.
L'incontro è il mezzo, l'occasione. La bella compagnia, il calore della sincera amicizia è l'obiettivo. E il punto di partenza? L'individuo, soggetto isolato, irretito e sofferente.
Dentro questa impostazione vengono messe a fuoco le relazioni di coppia e di lavoro. Come ci si sente? Che prospettiva hanno? Il film dice: c'è qualcosa che non va. Il rapporto di coppia esclusivo che ci è stato tramandato è insufficiente, limitante; questi rapporti di lavoro bruciano entusiasmo e idee, inaridiscono la creatività perché non tengono conto d'altro e tagliano radici. Entrambi si negano, in questi contesti, a questi ritmi. Possiamo lasciare il campo alla tecnica e al denaro e tenere entusiasmo, emozione, sentimento e intimità chiusi in specifiche gabbie marginali?
L'interrogativo è provocatorio e illuminante, e lascia l'amaro in bocca, perché affronta due temi - tabù di prima grandezza: le nostre relazioni più importanti. Chiede che si parli dei loro limiti e della prospettiva. E li tratta con prudenza e rispetto, come si deve. Questo film è un intervento in piena regola nel dibattito culturale anche se temo cadrà nel vuoto, perché il molle occidente va malvolentieri a fondo delle cose che scottano (l'amore, la violenza, il rischio, la responsabilità).
Parlarne allora si deve. Il cinema è messaggio oltre che tecnica e spettacolo. Mi chiedo innanzitutto se il punto di partenza del film è quello più utile: l'individuo consegnatoci dalla storia, noi sradicati e definiti dai nostri ruoli (da ciò che ci ritroviamo a fare), isolati e bombardati. I protagonisti del film (e tutti noi) sembriamo salmoni che risalgono a fatica la corrente dei processi e cercano casa (la relazione con gli altri).
Ma forse il punto di partenza e osservazione più opportuno (per cavare il ragno dal buco) è la relazione, non il singolo individuo. E' un'ipotesi e dobbiamo sapere che qui siamo in campo aperto, con pochi riferimenti e poca tradizione. Perché tutti i nostri antichi racconti - da 2.500 anni - ci parlano del valore individuale, della singola persona: il valore dell'uomo, le sue possibilità, i suoi bisogni e diritti, in una certa misura isolati e contrapposti, comunque non subordinati (dice Arnold J. Toynbee in Il racconto dell'uomo) alla comunità nella quale è nato ed è stato educato (alla sua rete di rapporti). E' così e forse solo il messaggio di Gesù può essere letto in chiave relazionale. Credo proprio che sia l'impostazione individualista - che pure ha una profetica e gloriosa tradizione - a contenere il limite su cui lavorare per capirci.
E cosa implica partire dalla relazione per capire e orientare la singola persona e il mondo? Questo è il punto. Implica che ci si interroghi sulle regole poste a base dei diversi rapporti. Tema troppo grande, come ben si vede. Perché l'enfasi sull'individuo e l'opacità sulle regole danno spazio al potere ingiusto, che non crea valore e cresce lui perché toglie all'altro (è potere semaforico, secondo Enzo Spaltro). Come potrebbe un qualunque computer funzionare senza un programma, ovvero un sistema di regole che lo faccia girare? Il potere ingiusto prescinde dalle regole, non le rispetta e non le rinnova. Le regole, dice, sono per gli altri, non per me. Ed è il potere ingiusto che ci fa soffrire e ci soffoca, in ogni relazione (da quelle di coppia a quelle tipo Parmalat). E' talmente diffuso da essere divenuto un generale tabù. Appunto.
Ora, nel film, cosa significherebbe partire dalle relazioni e dalle loro regole, anziché dalla singola persona e dalla sua sofferenza? Significherebbe per Bob e Charlotte guardare alla radice e interrogarsi sui rapporti nei quali sono impegnati. Sulle reciproche promesse ed esigenze, sulle attese di dedizione e comportamento, sui rispettivi ruoli e sulla loro interpretazione. Cosa significa essere marito e moglie e professionista? Come interferisce il lavoro con la famiglia? Qual è il rapporto tra i diversi ambiti di vita?
Un interrogativo analogo si può porre per la questione di secondo piano nel film: il lavoro (l'azienda o la professione).
In una certa misura significa interrogarsi sulla qualità e il livello delle nostre comunicazioni. Interrogarsi su ciò che abbiamo in comune, il patrimonio di valori, idee e atteggiamenti, regole e riferimenti condivisi, non esclusa la comprensione delle differenze e del conflitto. E' ciò che rende viva, grande e colma di promesse la società civile estesa. Quella che ci salverà, perché coltiva relazioni, fiducia e creatività.
Certo rimane aperto l'interrogativo iniziale posto dal film: l'incontro può farsi bella compagnia, amicizia e contenere l'affetto e l'intimità? In quale misura?
Se mettiamo a punto i rapporti e la vita di coppia (e di lavoro) potremo vedere meglio le grandi possibilità che gli incontri e le amicizie offrono. Appartengono peraltro da sempre alla vicenda umana. Oggi si presentano in modo equivoco - anche nel film - perché è alto il rischio che siano un surrogato, un modo per non affrontare i rapporti in crisi (o meglio: le regole dei nostri rapporti). Quello del film è allora un interrogativo provocatorio.
Dobbiamo imparare a meglio comprenderci l'un l'altro. Fare questo sforzo. E le regole dovranno essere sempre meno norme e sempre più dialogo, ascolto, disponibilità, immaginazione. Poesia, se si vuole. E qui il cinema è battistrada da tempo. Deve insistere e interpretare la sua intensa poesia come norma di vita. La poesia come norma delle relazioni. Sofia Coppola in Lost in translation vi è molto vicino.
Benvenuta allora coraggiosa Sofia. Benvenuto il tuo film, che si chiude con un abbraccio struggente e qualcosa che i protagonisti si sussurrano all'orecchio. Che cosa? Non si sa. La regista non si è sbilanciata e ha detto: "La loro è un'esperienza speciale". Lo penso anch'io.


Francesco Bizzotto

Lost in Translation - L'amore tradotto

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