Lo stagista inaspettato
 

Levity

Levity, esordio alla regia dello sceneggiatore Ed Salomon, racconta della ricerca di un uomo della leggerezza e della luce in un mondo che lui sa averlo rifiutato per quella che, apparentemente, è un'ottima ragione: un omicidio commesso, quasi senza volerlo, ventitre anni prima. L'uomo protagonista di questa pellicola dai tratti fortemente intimistici è Manual Jordan, uno stralunato Billy Bob Thornton, che, dopo aver pagato con la prigione il suo delitto, viene rilasciato per buona condotta e cerca di rifarsi una vita, senza però essere in grado realmente di lasciarsi alle spalle il proprio passato.
Allo stesso tempo pregio e difetto di questo film, è il totale disinteresse di Salomon per il fornire risposte o emettere sentenze, preferendo piuttosto il racconto di ciò che egli ritiene possa essere interessante e coinvolgente, cioè la semplice storia in sé. Purtroppo per noi, però, entrambi gli aggettivi si addicono davvero poco a Levity, che rimane sempre in superficie, non dà stimoli di riflessione né tantomeno il benché minimo coinvolgimento emotivo.Le semplici immagini che il regista evoca muovendo la cinepresa come se fosse trasportata dalla corrente scivolano come fa il protagonista della vicenda attraverso le vie della città, e lasciano lo spettatore freddo, come se anche lui respirasse la gelida aria di Montreal. Seguiamo Jordan nel suo vagare, osservare, perdersi e ragionare come un fantasma ed in apparenza inebetito, senza riuscire a capirlo o a partecipare della sua condizione di disorientamento, e lo stesso vale per il film della sua globalità, film che si vorrebbe soffermare sulla gravità e sull'impatto che la morte di un singolo essere umano può avere su un'intera comunità e che vorrebbe tuttavia essere portatore di una speranza di redenzione e salvezza che in realtà latitano parecchio in Levity. Numerosi, in effetti, sono i dialoghi per non parlare dei monologhi, che Salomon ha dedicato a tale argomento, pescando molto dalla dottrina cristiana del perdono, eppure l'impressione con la quale si lascia la sala al termine della proiezione è che il protagonista sia più spaurito e rassegnato che non alla ricerca di una redenzione o di un perdono, anzi a volte pare che non lo ricerchi per mancanza di merito altre volte per mancanza di interesse!
Da punto di vista tecnico , le note positive non mancano a questa pellicola, che deve gran parte del suo valore all'ottima fotografia a cura di Roger Deakins e all'uso sapiente delle luci che hanno significativamente contribuito alla creazione di un'atmosfera, a tratti surreale, di straniamento ed incertezza necessaria per inquadrare lo stato d'animo dei personaggi, che, sebbene alla fine risultino abbastanza scontati nella fissità del cliché , hanno il volto di interpreti davvero capaci, che però non convincono sino in fondo.
Morgan Freeman, ad esempio, è alle prese con il ruolo inverosimile e tremendamente scontato di un predicatore laico dal passato oscuro che cerca di riportare Jordan alla vita normale, senza che quest'ultimo riesca a capacitarsene nell'inespressività monolitica di un Billy Bob Thornton lontano dalla bravura a cui ci aveva abituati. Migliori sono, invece, le presenze femminili di LevityLevity, ovvero Holly Hunter e Kirsten Dunst che danno vita a due donne molto diverse fra loro ma entrambe vere, credibili, umane, in particolare la Dunst , che veste i panni di un'adolescente che pare galleggiare sulla sua vita senza che nulla la interessi per davvero, fino a che non incontra Jordan…
In sintesi, si potrebbe descrivere Levity come una piccola produzione con un grande cast, diretto da un uomo dal cuore grande ma dal polso debole, che nonostante e sforzi pretese evidenti, non riesce dare profondità e senso di completezza a quella che, in fin dei conti, è la sua prima opera in qualità di sceneggiatore e regista.


Marta Ravasio

Levity

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