Lo stagista inaspettato
 

Mystic River

Clint Eastwood ritorna dietro la mdp e decide di lasciare ad altri la scena, dimostrando ancora una volta che quello stesso sguardo acuto e diretto, che un tempo scrutava lo spietato e violento West nei primissimi piani di Sergio Leone, è diventato un occhio analitico, altrettanto rivelatore del mondo contemporaneo di cui il buon vecchio Clint inquadra, film dopo film, le coordinate della sua, a volte inesorabile, amara realtà.
Uno sguardo, il suo, che fin dai primi film da regista si è dimostrato attento alla lezione del maestro (non è un caso il cammeo in questo film, nel ruolo di un venditore di liquori, di Eli Wallach, l'indimenticabile Tuco de Il Buono, il Brutto e il Cattivo) dimostrandosi sempre asciutto, immediato, privo di artifici e mistificazioni, ma che in Mystic River, si fa ancora più ineluttabile, severo, per raccontare la vita di tre uomini, un tempo tre ragazzini spauriti, legati al terribile destino che su una strada di Boston, mentre scrivevano i loro nomi sul cemento appena steso, si è accanito su uno di loro, Dave (Tim Robbins), portato via dall'auto di due sconosciuti che hanno poi abusato di lui.
Dopo molti anni e un passato da delinquente Jimmy (Sean Penn), sembra aver trovato la tranquillità grazie ad un piccolo negozio e all'affetto della moglie Annabeth (Laura Linney) e delle sue tre figlie. Sean (Kevin Bacon), invece è entrato nella polizia ma la moglie se n'è andata, pur continuando a tormentarlo con telefonate silenziose, mentre Dave (Tim Robbins), sia pur con difficoltà, si è rifatto una vita accanto a Celeste (Marcia Gay Harden) con la quale ha avuto un figlio che adora. Di quell'infanzia sfregiata non sembra essere rimasta traccia, ma Jimmy, Dave e Sean incroceranno nuovamente il loro destino, quando un terribile omicidio di Katie (Emmy Rossum), la figlia maggiore di Jimmy, li riporterà indietro nel tempo, a quegli anni bui e mai dimenticati, che si sono portati via Dave ma anche le loro difficili esistenze.
Attraverso una narrazione limpida ed estremamente diretta che si avvale di una trama ottimamente costruita e collaudata sugli ingranaggi del giallo e le atmosfere del thriller, grazie al lavoro di Brian Helgeland (già sceneggiatore per Eastwood in Debito di sangue, che realizza una perfetta struttura narrativa, Clint Eastwood accompagna lo spettatore in un viaggio alle radici del male che, fin dalla prima e magistrale sequenza sulla brutale esperienza vissuta dai giovani protagonisti, quanto mai cruciale ed emblematica, si fa crudo, quanto mai obiettivo, svelamento dell'inesorabilità dell'esistenza umana, che il regista rappresenta senza filtro, senza distorcere né mistificare, lasciando che si manifesti in tutta la sua agghiacciante realtà.
Una realtà a cui i protagonisti non possono sfuggire e dalla quale vengono fagocitati, divorati per essere rigurgitati pieni di paura, terrore, insicurezze.
In una Boston desolata e periferica, fotografata senza manipolazioni inutili dal fedele collaboratore di Eastwood in Gli Spietati e Space Cowboys, Tom Stern, i tre ragazzini si ritroveranno improvvisamente adulti, senza aver mai dimenticato quel giorno e quel marciapiede in cui avevano scritto il loro nomi e il loro destino. E quando la vita li metterà alla prova scopriranno che in quell'aiuto maledetta, come rivela la battuta-chiave del film pronunciata da Sean, probabilmente, c'erano saliti tutti e tre…
E in modo diverso, il male riaffiora e la paura li travolge inesorabile, impossibile da fermare.
E' questo che Clint Eastwood inquadra, svela un'inquadratura dopo l'altra allo spettatore, in un climax di drammaticità e desolazione che raggiunge l'apice grazie anche ad un uso magistrale del montaggio parallelo (di un grande Joel Cox), che mette in relazione, in una escalation graduale e spietata, sequenze tragiche e durissime, come la scena del ritrovamento del corpo di Katie cui fa da contrappunto la scoperta e l'animalesca disperazione del padre e ancora, le ultime sequenze parallele sulla scoperta dell'assassino della ragazza. Un procedimento che sembra evocare il modus operandi che già lo stesso protagonista Sean Penn utilizzò come regista di La Promessa, in una similare rappresentazione del male e della fatalità che domina l'agire umano.
Una struttura ferrea, quella di Mystic River, che poggia su una regia solida e senza sbavature ma che non può prescindere dall'ottima prova dei protagonisti, tra cui spicca un raggelante Tim Robbins che riesce, attraverso movenze ciondolanti, gesti rallentati e sguardi persi nel buio di uno scantinato, dove il piccolo Dave è rimasto chiuso per sempre, tutta l'impotenza, la lacerazione e l'attonita forza autodistruttiva che pervade il suo protagonista. Una forza che si ripercuote sulle vite apparentemente indifferenti ma indissolubilmente intrecciate, di Sean e Jimmy, che Kevin Bacon e Sean Penn caratterizzano attraverso due performances quasi opposte, ma complementari. Il primo, dimesso, spesso contenuto (basti ricordare il suo volto durante la straziante scena dell'arrivo di Jimmy sul luogo dove viene rivenuto il corpo di Katie), veicolando in parte lo sguardo del regista, porta in scena la consapevolezza (fin dall'inizio, nonostante gli indizi, "sa" dove lo porteranno le indagini), cercando di capire quanto si rivelerà poi ineluttabile. Il secondo dando un'ennesima grande prova di rabbia e tormento, tutta nervi e fisicità ("la prigione porta a concentrare la tensione nelle spalle" dice il sergente che lo interroga), completamente opposta alla perfomance contenuta, implosiva e molto più sottile di 21 Grams, con cui il film di Eastwood condivide molti aspetti, ma sicuramente efficace, nella sua espressività, ai fini drammatici di Mystic River, di cui Sean Penn incarna la violenza estrinseca, manifesta, furiosa.
Tre protagonisti formidabili, supportati da un cast davvero notevole, di grande impatto, in cui emergono figure cruciali come la moglie di Dave, interpretata dalla sempre impeccabile Marcia Gay Harden, e quella di Jimmy, Laura Linney, capace di sfaccettare la propria interpretazione fino a renderla spiazzante. Senza dimenticare il sergente Whitey Powers, Laurence Fishbourne (non solo Morpheus…), imprescindibile "spalla" per Sean e determinante punto di riferimento per gli sviluppi della narrazione e i due giovani fratelli Brendan e Ray Harris, il primo (Thomas Guiry), apparentemente dolce, innamorato di Katie, il secondo, un fragile adolescente sordomuto (l'intenso Spencer Treat Clark, già piccolo protagonista per Unbreakable e Il Gladiatore), che risulteranno fondamentali per le tragiche vicende del film.
Clint Eastwood si fa maestro nel dirigere un'orchestra così eterogenea, di figure, drammi, umanità, che forniscono alla storia complessità e spessore, rivelando gradualmente, la vastità del male, le sue sfaccettature, l'irreversibile caducità della natura umana, il suo lato oscuro, che gravitano sulle facce, sui volti, sulle maschere di meschinità della spietata "parata" di mostri che chiude il film, dove la mdp fra palloncini e carri allegorici gira, gravita, indugia, incrociando gli sguardi impassibili ed indifferenti di Sean, il terribile sorriso di Annabeth e il gelido piglio di Jimmy, per ritornare sulla corsa disperata e inorridita di Celeste, che tenta di aggrapparsi invano ad una speranza che non esiste e, forse, non è mai stata possibile.


Ottavia Da Re

Mystic River

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