Lo stagista inaspettato
 

Spider-Man 2

Siccome repetita iuvant (e quanto sia vero ce l'ha insegnato anche Spielberg con i suoi due Jurassic Park) anche uno dei fumettoni più amati dagli appassionati del genere s'è dotato in pompa magna di degno seguito a distanza di un paio d'anni - la prima puntata uscì nell'estate 2002 -.
Sam Raimi è un cineasta che con la fine degli anni Novanta ha mostrato raffinata abilità nel muoversi mescendo il thriller a insinuanti componenti del giallo, soprattutto nella caratterizzazione psichica dei personaggi, da Soldi sporchi (interpretato da Bill Paxton, Bridget Fonda e Billy Bob Thornton) a The Gift (con Cate Blanchett, Giovanni Ribisi e Greg Kinnear). Abbracciando l'onere di far nascere un film a partire da un soggetto famoso e di genere (la radice del fumetto lascia traccia nei titoli di testa che riassumono per immagini il primo Spider-Man), pare essersi preoccupato soprattutto di controllare, armonizzando il risultato, gli ingranaggi di una macchina spettacolare che deve passare indenne attraverso la prova della vitalità delle componenti di uno sviluppo narrativo. E per questo, già a partire da Spider-Man, ha calcato la mano sull'elemento personale, ritraendo l'eroe in versione umana, Peter Parker (Tobey Maguire), nel pieno possesso delle sue fragilità giovanili, esatto prototipo del ragazzo invisibile, insicuro, quello che alcuni chiamano uno sfigato. Ha abbozzato un parallelismo fra la sua situazione personale, relazionale e fisica facendole evolvere insieme (la trasformazione in super-eroe gli consente di ripensare a se stesso, alla sua famiglia e di guardare in faccia l'amore per Mary Jane, nei cui panni si cala l'ex-bambina prodigio Kirsten Dunst). E s'è poi buttato a capofitto, fra fedeltà all'originale e movimenti di macchina pseudo-virtuosi, nella direzione concitata e divertita insieme di un film-fenomeno ad altissimi incassi.
Con questo sequel, anzichè provare a dissodare il terreno e uscire dal pantano di una spettacolarità un po' arida, Raimi preferisce non cambiare una formula già rodata (il risultato sono stati più di 820 milioni di dollari al box office) e prosegiure in direzione identica per riprendere da dove s'era fermato. Gli ingredienti nuovi sono un cattivo dotato di mostruose e lunghissime braccia meccaniche (che ha il sembiante di Alfred Molina) e una vera crisi esistenziale (continuare a soccorrere i deboli o scegliere di vivere l'amore per Mary Jane?).
La meccanicità delle acrobazie guidano la regia sovraccaricando i toni e smorzando l'intensità dell'approccio terreno alle vicende, dotando Spider-Man 2 di indiscussa portata colossale e adrenalinica alle alte quote sui tetti dei grattacieli, ma azzoppandolo letteralmente quando la storia ritorna coi piedi per terra.
La cura per lo smalto attraente, quello spettacolo così sfrontatamente esibito già dalla martellante campagna promozionale, supera il confine estetico e impoverisce il risultato nella sua interezza. Prevaricando e finendo per guidare la mano della regia - pur notevole sul piano tecnico -, il roboante impatto visivo diviene unico motore di un film nato su una sceneggiatura che si preoccupa dei requisiti di forma più che di quelli di sostanza, ottenendo un effetto che è quello del copione pensato seguendo la volontà di stupire, non l'esigenza di dare al visuale una stabile base.
Soffocata dalla prepotente invasività delle sequenze d'azione, vero centro d'interesse di tutto Spider-Man 2, la storia dei personaggi e la loro evoluzione resta bloccata al livello di abbellimento semplicistico, riempimento disimpegnato per tirare il fiato fra una corsa e l'altra.
Rimane la presenza di una volontà seguita in modo chiaro nella costruzione del film, l'esatto susseguirsi di momenti d'origine diversa; e pure sono presenti allusioni (più o meno) raffinate di natura iconografica, come il momento in cui l'eroe privo di sensi viene trasportato dalle persone appena salvate e tenuto sollevato da terra, che può porsi sia come pretenzioso riferimento alla deposizione del Cristo, sia come richiamo all'uso solenne della zenitale - per un esempio, si pensi al finale di Hamlet di Kenneth Branagh -.
Ma il contrasto fra la raffigurazione delle relazioni fra personaggi (Peter e la vecchia zia May, Peter e Mary Jane) e quella delle scene d'azione rende le prime artefatte e stinte, poco credibili nella loro adimensionalità.
Eppure abbiamo per la prima volta un eroe umano, problematico, preda dei dubbi, che non è nemmeno felice di possedere i poteri di cui dispone. Niente da fare, la regola è sempre valida: possiamo essere in possesso del contenuto più valido del mondo, ma non ci servirà a niente se non lo comunichiamo nel modo giusto.


Alessandro Bizzotto

Spider-Man 2

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