Lo stagista inaspettato
 

Ray

“Il soul è un modo di vivere, ma è sempre il più difficile”.
Ray Charles

Tra dense volute di fumo, dita nere e ossute iniziano a danzare sui tasti ingialliti di un vecchio piano. Due lenti scure inquadrano e riflettono le note febbrili di un sound, di un uomo, della sua fragile, eccezionale, vita.
Inizia così, come un sudicio e languido blues, la storia di Ray Charles Robinson, l’uomo che inventò il soul, reinventò il jazz e il blues, rinnovando e rendendo universale la black music.
The Genius, disse qualcuno.
Una leggenda, per il mondo, che oggi rivive sul grande schermo, grazie alla monumentale pellicola di Taylor Hackord e al talento folgorante di Jamie Foxx.
Il regista de L’avvocato del diavolo e Ufficiale e Gentiluomo, dopo il deludente Rapimento e riscatto, decide di tornare dietro la mdp per omaggiare un mito, the soul man, sfilando dietro le quinte per lasciare la scena alla star e raccontarne da ottimo e puntuale narratore la vicenda umana e artistica con una regia classica, a tratti impersonale, mai invadente, volutamente celata per dare piena amplificazione e risalto al soggetto e alle virtuosistiche doti del protagonista.
A muovere la mdp di Ray non sarà forse la mano geniale di Michael Mann, (capace di realizzare attraverso Alì un insuperato affresco umano, storico e sociale di respiro universale con cui Ray condivide moltissime analogie e a cui questa pellicola sembra ispirarsi), ma la guida di Taylor Hackford si rivela altrettanto possente, magniloquente. Il risultato è un film solido, ben strutturato nella narrazione tradizionale, senza scarti, né invenzioni formali che possano distrarre troppo lo spettatore e portarlo lontano dalla scena, alla musica, dai primi piani di una vita eccezionale. Grazie ad un uso coerente e sapiente di flashback, mai invadenti e sempre ben calibrati, il regista ricostruisce l’infanzia dell’artista, le prime serate, i tour con le band, cui fanno da contrappunto sensazioni, echi, ricordi lontani che emergono progressivamente, traumaticamente, attraverso suoni, rintocchi (dei vetri di bottiglie colorate), fruscii (di un colibrì alla finestra), percezioni di matrice “proustiana”, attraverso le quali il passato si concretizza spietatamente riportando a galla, tragedie (la malattia che lo rese cieco a sette anni), momenti dolcissimi (la giovane madre ostinata e piena di dignità) e traumi mai superati (l’incidente che portò alla morte del fratellino più piccolo).
Taylor Hackord, come fa lo stesso protagonista in una delle più belle scene del film (il primo incontro con la moglie Della Bea, interpretata dall’ottima Kerry Washington), invita chiudere gli occhi e ad ascoltare ciò che non si è mai sentito veramente, adottando uno sguardo che è quello interiore del protagonista, esprimendo silenziosamente un’ammirazione mai dilagante e un rispetto sconfinato, che danno vita ad un omaggio monumentale, ma mai retorico; ad un ritratto sincero, spesso duro, di un uomo fragile e controverso, infedele e tossicodipendente, pieno di debolezze e di ostinata dignità. Quella dignità in grado di far dimenticare una cecità che il film ha il merito di non rendere mai un handicap (lasciando fuori inutili e falsi pietismi), ma un potente filtro tra la realtà e il mondo interiore del personaggio, i suoi pensieri celati che rimandano ad un passato difficile e disperato.
Una sceneggiatura, quella di James L. White che rispetta ogni dettaglio biografico, dipanandosi e ricomponendosi sulle note e sui pensieri del protagonista da cui emerge il ricordo di un’infanzia traditrice nell’assolata e arida Georgia, della miseria e di un piano su cui pestare tutta la propria disperazione.
Le immagini scorrono tra le suggestive scenografie di Stephen Altman (Gosford Park), “invecchiate” dalla bellissima fotografia di Pawel Edelman (Il pianista) capace di ricreare perfettamente, con immagini volutamente ingiallite (con particolari effetti di "solarizzazione" per i flashback) e inquadrature sporche, la calda e spirituale atmosfera degli anni in cui la musica nera esplodeva nelle bettole dei ghetti, nelle radio di vimini e sui dischi in vinile, assurgendo a musica internazionale, stupefacendo il mondo di passione e ritmi febbrili. E dell’uomo che osò “laicizzare” il gospel trascinando fuori dalle chiese i canti sacri afroamericani per farne musica universale, mescolando, gospel e rhythm and blues, sacro e profano, come nella sua vita, e regalandoci il soul, la musica di un uomo e della sua anima.
E la mdp segue fedelmente la nascita di The Genius (come lo definì, consacrandone il mito, Frank Sinatra), da pianista cieco e reietto, a nuovo Nat King Cole e come grande interprete di altri singers, fino alla ricerca della propria personalità di un proprio “sound”, nelle evoluzioni (e rivoluzioni) che lo portarono a mescolare gospel e R&B con l’epocale “I got a Woman” del 1955, fino all’audace re-interpretazione del country in “I Can’t Stop Loving You”, passando per le radici del profondo Sud con lo spiritual “Drown in My Own Tears”, e per le languide note pop di “Georgia in my Mind”, che nel 1979 diventò l’inno ufficiale della natia Georgia, dopo 20 anni dalla messa al bando ("perpetuo") dell'artista e della sua musica a causa della segregazione razzista.
Un arrangiamento musicale, quella del film, che vanta la collaborazione dello stesso Ray Charles (che per l’occasione ha re-inciso alcuni pezzi della colonna sonora, duettando spesso con il protagonista) e su cui l’eclettico Craig Armstrong (Moulin Rouge!) ha lavorato con grande coerenza filologica e originalità allo stesso tempo facendo dello score, anche un’intima riflessione su una realtà che ha attraversato razzismo, bigottismi, rivoluzioni sessuali e musicali.
Ma al di là di ogni più o meno obiettiva analisi critica, al di là di qualsivoglia descrizione diegetica, di ogni tronfio e retorico commento, il film è Ray Charles, ed è Jamie Foxx, un groviglio di emozioni, due nomi per una sola anima, di genio, istinto e umanità. Perché ci risulta impossibile distinguere chi è la star e chi l’attore che lo ha così indelebilmente impressionato sullo schermo.
Il giovane ma già strepitoso interprete di Any Given Sunday, Alì, Collateral, offre l’ennesima prova di talento, e decide di farsi conoscere a al mondo con una performance impareggiabile (per chiunque), unica, operando una metamorfosi a dir poco straordinaria che, al di là di ogni metodo "actor studio’s", scuola o "maniera" che si voglia citare per spiegare una tale mimesi, il risultato è The Genius che continua a vivere attraverso ogni radioso e malinconico sorriso rivolto al cielo e alle tenebre, in ogni impercettibile gesto, dal ciondolare del capo alla camminata scomposta e dinoccolata, che Jamie Foxx porta in scena come un tesoro prezioso, senza mai eccedere, senza mai forzare, misurando l’intensità di ogni nota e di ogni emozione, regalandoci una performance disumana, memorabile.
Mette i brividi vederlo dondolare sul piano e sfogare sul palco la passione e la rabbia di una relazione clandestina nello spettacolare duetto con la vocalist delle Raelettes, Margie Hendricks (la bravissima Regina King), che in “Hit the Road Jack” lo scongiura di andarsene dalla sua vita, fra rancore ed erotismo, sputando voce e anima in un montaggio febbrile di ritmo musicale e schermaglia amorosa, orchestrato da Paul Hirsch (Mission: Impossible) alternando le immagini sulla vibrante, furiosa partitura blues.
Così come vederlo improvvisare ed illuminare l’estro di Ray in “Mess Around” con il produttore dell’Atlantic, Ahmet Ertegun (Curtis Armstrong), che segnò per l'artista il primo grande successo e la conquista di uno stile personale.
Virtuosismi da autentico animale da palcoscenico (non è un caso che sia nato cabarettista e comico in show televisivi con Jim Carrey e Damon Wayans), ma anche una grande e raffinata intensità espressiva con cui il giovane interprete conquista un Golden Globe e una nomination agli Oscar ma che nessun premio potrà mai gratificare quanto l’emozione di aver fatto rivivere un mito.
Questo è il suo film, ed è il film di Ray Charles Robinson.
Per un assolo, Ray.
Breve come una nota, profondo come un’anima, eterno come il soul.



Taylor ha fatto un buon lavoro; ha raccontato in maniera precisa la mia vita. Vorrei che la gente capisse le sofferenze che ho patito, da quando ero bambino fino al momento in cui mi sono affermato professionalmente e tutto quello che mi è accaduto nel corso degli anni. Non voglio dire con questo che la mia vita sia stata infelice, anzi ho avuto molti momenti fantastici. Ciò che mi preme sottolineare è che i problemi si possono risolvere, le avversità si possono superare, basta avere chiaro in mente dove si vuole arrivare. In altre parole, l’importante è non mollare mai”.

Ray Charles


Ottavia Da Re

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