Lo stagista inaspettato
 

Che pasticcio, Bridget Jones!

Catastrofica, impacciata, rovinosa Bridget Jones. Un autentico pasticcio.
Mai titolo (italiano) fu più profetico per definire il secondo e (speriamo) ultimo capitolo delle disgrazie-sfighe-banalità amorose della buzzicona british che va sotto lo stridente nome di Bridget Jones. L’unica capace di far cantare Like a Virgin di Madonna ad una squadra di prostitute in un carcere. Se il primo film (tratto dall’omonimo bestseller di Helen Fielding), infatti, si reggeva sull’ironia e sullo humor tipicamente inglesi, per descrivere con una buona dove di cinismo le disavventure amorose di una ragazzotta imbranata, non senza scadere in qualche gratuita volgarità, il secondo capitolo, tratto dal seguito Bridget Jones: The Edge of Reason del celebre diario e diretto da Beeban Kidron, perde la sua vena sarcastica e dissacrante (il vero punto di forza del film), per sconfinare nelle grezze, abominevoli, figuracce di un personaggio ormai al limite del caricaturale e del buffonesco.
Così la vita amorosa ormai consolidata (con il galante avvocato Mark Darcy/Colin Firth) priva di grandi emozioni (figuracce a parte) dell’impacciata giornalista diventa un deprecabile spunto per sciorinare una serie di situazioni al limite dell’assurdo con cui imbrattare, umiliare e fare scempio di Renée Zellweger, le cui diete ipercaloriche per poter entrare (passando da una 38 ad una 46) nei celebri mutandoni di lana di Bridget (che faranno tanto “arrapare” Hugh Grant, ma solo lui) sono ormai storia nota.
Una sceneggiatura a dir poco sadica (Andrew Davies, Helen Fielding, Richard Curtis, Adam Brooks) che sembra divertirsi a cucire addosso alla sciatta protagonista gag e siparietti al limite del ridicolo (come la caduta nel porcilaio con tanto di sedere sulla telecamera). Uno spettacolo piuttosto triste e patetico (vedi la scena dei postumi da funghi allucinogeni) in cui la Zellweger ci mette del suo sforzandosi dalla prima all’ultima scena di risultare simpatica con sorrisini irritanti, smorfie esasperanti e battute forzate.
Ma non basta umiliarsi fino al ridicolo di fronte ad una mdp per diventare reginette della commedia (siamo anni luce dalla grande Doris Day) o tentare di imitare la meravigliosa e insuperabile goffaggine di Barbra Streisand in Hello Dolly, cui Renée Zellweger sembra inutilmente ispirarsi. Ma se la carismatica Barbra sprizzava fascino e personalità tali da strapazzare un malcapitato campione di charme e bellezza come Omar Sharif, non riusciamo a concepire (almeno in questa terra) come le guanciotte rosse e i “rotolini” di cellulite in bella mostra dell’intrepida e flaccida protagonista possano fare il miracolo di sedurre e conquistare uno sciupafemmine bastardo ed irresistibile come Hugh Grant (Daniel Cleaver), un’imperturbabile avvocato-aristocratico di classe come Colin Firth (Mark Darcy) e udite, udite una… top model (“con le gambe lunghe fin qui” l’emergente Jacinda Barrett) di chiare tendenze lesbo-masochiste…Con i primi due che finiscono per azzuffarsi e scazzottarsi per contendersi la mano di cenerentola
Quantomeno improbabile, per non dire assurdo. Un risvolto narrativo che ci porterebbe dritti dritti ad un altro genere cinematografico, la fantascienza.
Se il film intendeva quindi mettere in scena un elogio della normalità il risultato è quello di strombazzare un'assurda quanto irreale esaltazione della mediocrità, dove c’è davvero poco da ridere. E quel poco è sicuramente merito dei due protagonisti maschili, davvero in difficoltà nel rendere “credibile” la loro passione per Bridget Jones (guardarli impegnati in questo tour de force è forse uno degli aspetti più divertenti del film), ma anche autori delle poche scene divertenti del film (esilarante la scazzottata dei due sullo sfondo delle Italian Fountains di Hyde Park). Da una parte Hugh Grant nel ruolo di “se stesso”, il solito sfrontato, l’unico a dare un po’ di pepe alla storia (sua la battuta fulminante: Se ami tanto Jones perché non te la sposi? Così io poi me la porto a letto) dall’altra pezzo-di-pane-Colin Firth, vittima designata ma nonché uomo-materasso delle paranoie di Bridget Jones.
Scenografie suggestive (il film è stato girato anche nelle spiagge tailandesi di Phuket) e zuffe a parte, finite le crisi ante-matrimonium della protagonista (dagli amletici enigmi: “il problema è: che succede quando l’idillio finisce?”), Che pasticcio Bridget Jones degenera addirittura nello stucchevole con tanta melassa di buoni propositi incorniciati da quadretti innevati degni dei maglioni della nonna che la protagonista indossa puntualmente a Natale.
A chiudere il film, per fortuna, accorre una colonna sonora da hit che come nei tradizionali spettacoli pirotecnici spara tutte le sue cartucce alla fine (in pochi minuti un mixer impazzito lancia Crazy in Love di Beyonce, Everlasting Love di Jamie Cullum e la main title Misunderstood di Robbie Williams) forse nel tentativo di mascherare due ore barbose e lagnose di un pasticcio chiamato Bridget Jones.

Ipse dixit:

“L’inglese medio non viene mai alle mani, e quando gli capita lo fa in maniera pietosa, caotica, tutt’altro che virile. È questa la sensazione che volevamo trasmettere nella scena”.
Hugh Grant


Ottavia Da Re

Che pasticcio, Bridget Jones!

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